L’ideologia europea

Una marcata dissonanza tra retorica e processi reali riguarda tanto la presunta contrapposizione tra europeismo e Stato nazionale quanto il neo-nazionalismo effettivamente imperversante in Europa dopo il 1989.

“Natura delle cose”, ci ricorda Giovanni Battista Vico, “è nascimento di esse”. Riconsiderare le origini dell’Unione Europea può essere quindi molto utile se vogliamo discuterne in modo appropriato.  La classificazione delle idee politiche correnti nei termini di una contrapposizione tra europeismo e nazionalismo (o sovranismo) ne dovrebbe risultare molto arbitraria, e comunque fuorviante.

Proprio mentre l’Unione di Maastricht nasceva e si sviluppava sull’impianto di ciò che era la Comunità Economica Europea, uno dei maggiori storici dell’integrazione europea, cioè Alan S. Milward, suscitava l’imbarazzato sgomento di molti suoi colleghi nella comunità accademica dimostrando in modo impeccabile come l’europeismo degli anni cinquanta e sessanta del secolo scorso non mirasse affatto al superamento degli Stati nazionali, ma al contrario fosse stato individuato e quasi escogitato da alcuni di essi come la strada migliore per riaffermarsi e addirittura “salvarsi” nelle nuove condizioni generali. Gli eventi dei primi anni novanta, quando Milward scriveva queste cose, mostravano chiaramente quanto gli statisti europei di quaranta anni prima (e in particolare, ma non soltanto, il tedesco Adenauer) avessero avuto ragione dal loro punto di vista, e quanto bene avessero saputo dissimulare processi reali con la loro retorica.

La formazione dell’Unione di Maastricht (sull’impianto della Comunità Economica Europea, ma con una radicale riformulazione del ruolo globale che questa aveva quasi cercato di svolgere dopo la crisi economica mondiale degli anni settanta) coincide in effetti con un’ondata di nazionalismo senza precedenti dopo la fine della seconda guerra mondiale. Ne fanno parte la dissoluzione di Stati plurietnici come l’Unione Sovietica e la Jugoslavia e la riunificazione della Germania non soltanto su basi nazionali ma secondo un’ideologia nazionale tale da premiare in qualche modo l’offensiva degli storici conservatori nello Historikerstreit che aveva contrassegnato la fine del decennio socialdemocratico nella Repubblica di Bonn nel corso degli anni ottanta. Se ne prende atto allorché la parola d’ordine dell’opposizione riformatrice nella DDR (“Wir sind das Volk!”, ossia “Il popolo siamo noi!”) viene soverchiata nelle piazze dalla più tradizionale esclamazione “Deutschland einig Vaterland!” (ossia “Germania patria una!”).

Ma, ancora una volta, e in un altro senso, la dissonanza tra retorica e processi reali riguarda anche il neo-nazionalismo sviluppatosi in quegli anni, e non soltanto in Germania. Ammesso che qualunque nazionalismo in qualunque epoca possa presentare mai una scarsa rilevanza di motivazioni pratiche, quello di allora ne ebbe in grandissima (e decisiva) abbondanza.  La strada che Helmut Kohl seppe trovare per i cuori dei cittadini della DDR, così da portarli ad accettare l’Anschluss, passò innanzitutto (per quanto temporaneamente) per i loro portafogli; e il mezzo usato fu una temeraria sfida ad ogni ortodossia economica, nei cui confronti le idee di Bagnai e di tutti i più intransigenti e frettolosi “no-euro” di oggi impallidiscono miseramente. Si trattò dell’immediato cambio alla pari tra il marco occidentale e quello orientale, che permise intanto ai cittadini dell’Est di acquistare in massa videoregistratori ed altre meraviglie elettroniche con cui passare il tempo nell’imminente condizione di disoccupati, e all’industria dell’Ovest di impadronirsi agevolmente e a piene mani di quella dell’Est, smantellandola in gran parte.

Nemmeno il neo-nazionalismo balcanico di quegli stessi anni fu una questione di puro sentimento, tanto in quei luoghi quanto (ancora meno) nelle cancellerie europee che trattarono con esso. Tanto gli sloveni quanto i croati furono fortemente motivati a riscoprire e rivitalizzare le orride memorie delle sanguinose faide vissute dai loro padri a causa del generale “si salvi chi può” suscitato dalla fine della finanza allegra concordata e praticata tra banche occidentali e miopi oligarchie dell’Est dopo la crisi degli anni settanta, ad evidente vantaggio delle prime (la cosa, naturalmente, riguardò anche il processo di dissoluzione dell’Unione Sovietica).  Ma il punto più importante, in tale contesto, sembra essere specificamente uno, cioè l’orrore suscitato in ambienti come la Bundesbank e lo IOR di Marcinkus dalla decisione serba di stampare più dinari di quanto fosse permesso dalla copertura in marchi tedeschi frattanto e ormai vigente nell’intera Jugoslavia, così da indurre Kohl e Wojtyla al fatale riconoscimento delle indipendenze delle due repubbliche settentrionali, ossia a scatenare nuovamente la guerra in Europa.

Quel precedente può indurre adesso, anche, a chiedersi che cosa accadrebbe se uno degli Stati membri dell’UE adottasse misure come il ripristino di uno stretto rapporto tra la propria Banca centrale e il Tesoro, così da sottrarre il corso dei propri titoli di credito all’azione della speculazione privata, e se per questa e per altre vie estendesse la circolazione monetaria (euro o  non euro) adeguandola a piani di riconversione (e ri-umanizzazione) dell’economia reale. Ma questo è un altro, certo difficile, discorso. Anche se forse non così difficile come quello che Kohl tagliò in modo netto, a suo modo e dal suo punto di vista, in Germania nel 1990.

Raffaele D’Agata



Categorie:Uncategorized

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: