Uniti sull’Europa (non sull’UE)

La lotta contro l’attuale regime antidemocratico di Bruxelles non può avere la forma di una leale opposizione costituzionale, per quanti adattamenti pratici ai rapporti di forza possano essere di volta in volta suggeriti dalle circostanze: il tragico errore di Syriza, appunto, è consistito nel confondere queste due cose.

Unità e organizzazione restano ancora due fondamentali esigenze non adeguatamente soddisfatte per il movimento di resistenza democratica e rivoluzionaria al presente regime economico e sociale, del quale il regime di Bruxelles è pilastro fondamentale. Non si può ovviamente rispondere a questa esigenza limitandosi a sforzi di unificazione di organizzazioni già esistenti, e neppure a sforzi di unificarle ulteriormente per quanto riguarda realtà come il Gue o il Partito della sinistra europea (proprio adesso colpito dall’uscita del Parti de Gauche francese), dal momento che né l’uno né l’altra hanno finora cessato di costituire in gran parte una somma di più o meno accentuate e più o meno dignitose debolezze rispetto alle necessità dei tempi.

Tanto meno, poi, ciò può bastare per alcuna delle somme di debolezze che vengono febbrilmente escogitate in questi giorni in Italia, avendo come protagonista tra i più attivi un ceto politico ormai veramente inutilizzabile, e piuttosto chiamato a meditare in prudente e saggio silenzio sulle proprie passate esperienze (per esempio alla presidenza di rami del Parlamento durante i forsennati e calamitosi attacchi renziani ad ogni decenza istituzionale, specialmente in materia elettorale).

Naturalmente i due aspetti sono legati, e non soltanto per l’imminenza di elezioni dette appunto europee. La discussione su tutto questo decisivo blocco di questioni può essere utile soltanto se cesserà definitivamente di svolgersi, se non proprio nella lingua dell’avversario, secondo veri e propri “calchi” della sua grammatica e della sua semiotica: se quindi lasceremo all’avversario e a lui solo, e non certamente a noi, il vezzo di dipingerci come divisi a nostra volta tra “europeisti” e “sovranisti”.

Siamo europei, naturalmente, e per molti aspetti ci piace esserlo: possiamo perciò anche definirci europeisti, se la parola non fosse abusata (ed  adattata al sostegno di istituzioni praticamente non meno spietate verso l’umanità migrante di quanto lo sono alcuni governi europei dichiaratamente nazional-populisti e razzisti) . L’Europa, cioè, non è l’Unione Europea, né viceversa. Il regime di Bruxelles è strutturalmente, ideologicamente e praticamente tutt’uno con il dominio del capitale finanziario sul lavoro e sulla vita, e se dobbiamo abbattere quel dominio dobbiamo anche abbattere quel regime. Cioè, la lotta contro l’attuale regime antidemocratico di Bruxelles non può avere la forma di una leale opposizione costituzionale, per quanti adattamenti pratici ai rapporti di forza possano essere di volta in volta suggeriti dalle circostanze: il tragico errore di Syriza, appunto, è consistito nel confondere queste due cose.

L’auspicio adesso è che una iniziativa promettente come l’incontro romano promosso dal popolare e benemerito sindaco di Napoli per la prossima settimana – malgrado il persistente incombere di quel falso dilemma –  sfugga con determinazione a un tale pericolo. Una forza veramente nuova anche se non affatto nuovista come “Potere al popolo” può offrire a questo fine l’esempio della sua agenda concreta, popolare e radicale, tendente cioè all’unità basata sulle cose e sull’agire.

Una fondamentale condizione è che i più lineari e diretti promotori della parola d’ordine dell’abbandono dell’euro sappiano evitare l’errore speculare a quello greco: che evitino cioè di confondere la visione di fondo con il discernimento delle circostanze. Un’altra è che gli estimatori delle possibilità come dei vincoli dell’euro sappiano relativizzare e storicizzare il proprio giudizio pratico, senza necessariamente modificarlo (né necessariamente mantenerlo in ogni possibile circostanza). Storicizzare il giudizio sull’euro, del resto, significa ricordare in quale contesto esso ebbe origine: che cioè esso si fonda sull’unificazione della Germania come Stato nazionale e proprio in senso vetero-nazionale,  e che quella unificazione, a sua volta, ebbe luogo sulla base e in virtù di un’operazione economico-finanziaria come il cambio alla pari tra il marco occidentale e quello orientale, ossia sulla base e in virtù di una sfida a presunte leggi dell’economia di fronte alla quale perfino le idee di un Bagnai possono apparire moderate (e infine la Germania è sempre la patria di un certo Schacht).

Dopodiché, ovviamente, si ragiona e si discerne. Senza anatemi preventivi.

Raffaele D’Agata



Categorie:Uncategorized

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