Solo un altro mito ci salverà

Contro la mitologia truffaldina del presunto globalismo, e contro quella infernale propugnata dall’asse Salvini-Orbán, ci serve un mito più puro, e più vicino al tendere e all’elevarsi della ragione: internazionalismo, amicizia tra i popoli, diritto e dovere di lavorare, condivisione dei beni della terra, libertà dalla paura e dal bisogno.

È perfino troppo facile mettere in evidenza le contraddizioni dell’asse Salvini-Orbán. Ed è ovvio che ci siano. Una “Internazionale” fascista è semplicemente una contraddizione in termini. Per esempio, già il fascismo italiano e il nazionalsocialismo tedesco seguivano interessi diversi e talvolta opposti. Ma ciò non toglie che i feroci egoismi di gruppo, la cui ondata violenta immediatamente si oppose ai miti transnazionali del liberalismo di allora,  trovarono generalmente anche motivi adeguati per sostenersi a vicenda (fortunatamente, senza cessare di guardare l’un l’altro con sorda diffidenza) fino a farneticare di uno sgangherato e strampalato (oltreché mostruoso) “nuovo ordine”. E, soprattutto, ciò non toglie che anche il liberalismo transnazionale di allora era una mitologia, proprio come quello di oggi. Keynes lo vide e lo mostrò bene quando, all’inizio della seconda guerra mondiale, ammonì gli uffici preposti alla propaganda nel suo paese che insistere con quei discorsi sarebbe stato disastrosamente perdente. E in effetti, al fine di battere l’infernale mitologia dei fascismi (prima di tutto negli spiriti), ci volle allora una diversa idea di nuovo ordine, come quella che incluse la “libertà dal bisogno” tra i diritti fondamentali e si sforzò di fondare questa su una nuova struttura del potere mondiale includente ragioni, e primi risultati su tale terreno, della rivoluzione proletaria.

Perciò molto stupore, e molte impietose riflessioni anche da parte di futuri storici, scaturiranno quando si osserverà a distanza come l’esile mitologia celebrativa dell’ordine mondiale (ed europeo) oggi in fase di crollo inarrestabile sia stata incorporata entro visioni politiche che si proclamano tuttora più o meno precisamente democratiche, “progressiste”, e “di sinistra”. L’aspetto mitico di queste elaborazioni consiste nel presentare tale ordine come originariamente conforme alla ragione e alla scienza (economica, ovviamente) e come riflesso conseguente di idee pure come “Stato di diritto” e  libertà personale.  In realtà, l’ordine che sta crollando è stato costruito mediante il potere, e precisamente mediante il potere politico sovrano: in particolare, poi, mediante la manifestazione più elementare e primitiva del potere politico sovrano, cioè la guerra.

L’ordine politico ed economico mondiale che ha preso il posto del sistema di Jalta-Potsdam, cioè, non si sarebbe formato con i caratteri e la struttura che purtroppo conosciamo senza la breve ma gigantesca guerra mondiale  che Bush il Vecchio volle fare scaturire ad ogni costo nel 1991 da un gretto litigio tra due potentati mediorientali (l’uno prevalentemente economico, l’altro prevalentemente militare) circa le spese di una precedente avventura bellica, che gli Stati Uniti avevano incoraggiato. Quella guerra, cioè, servì soltanto a battere l’idea di un ordine mondiale multilaterale, fondato sulla sicurezza collettiva, onde realizzare l’aspirazione americana ad una supremazia assoluta, unilaterale ed eterna.

Ma, appunto, una tale aspirazione era stata già il movente delle manovre sovraniste cinicamente effettuate da Washington due decenni prima onde assicurare la continuità del privilegio assicurato dalla propria moneta anche in un sistema di cambi fluttuanti: operazione, questa, che successivamente fu sistematizzata e venduta al pubblico entro l’accattivante ed edificante imballaggio della narrazione globalista. Alcuni importanti sub-imperialismi seguirono e si adattarono a propria volta e a proprio modo: specificamente, il tardo-colonialismo francese e il neo-mercantilismo della Germania (unificata sotto forma di pura annessione e integrata in una NATO diventata ben altrimenti aggressiva che in origine entro il nuovo equilibrio globale), lo fecero sotto forma di una nuova versione di quel mito europeista che già aveva incartato e abbellito entrambe le cose negli anni cinquanta del secolo scorso.

Tra gli scricchiolii e i calcinacci di questo crollo in corso, e davanti ai mostri che incombono, abbiamo bisogno allora di un diverso mito, più puro e più vicino al tendere e all’elevarsi della ragione. Di un mito che sia fatto di parole “diritte e chiare”, per citare un poeta dell’umanità semplice come Gianni Rodari: internazionalismo e amicizia tra i popoli, diritto e dovere di lavorare, condivisione dei beni della terra, libertà dalla paura e dal bisogno.

Raffaele D’Agata



Categorie:Uncategorized

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