A che cosa essere dunque leali?

Alla copertura ipocrita di un neofeudalismo autoritario (Bruxelles), a un branco primitivo (Salvini), o innanzitutto e integralmente alla costituzione democraticamente giurata “tra uomini liberi” (Calamandrei)?

Il dibattito su “Patria e costituzione” che si terrà a Roma il prossimo sabato 8 settembre merita attenzione e, se possibile, partecipazione. Alcune prime reazioni all’annuncio, certo, non sono state di buon auspicio, echeggiando più di un preconcetto ideologico (fino ad evocare il fantasma del “rossobrunismo”). L’auspicio è che si ragioni con più freddezza.

In effetti, cioè, la combinazione del termine “patria” con il termine “costituzione” ha una storia nella cultura della democrazia sociale; e una tale storia non ha assolutamente nulla di nerastro essendo soprattutto associata al nome di un maestro del pensiero democratico come Jürgen Habermas, specialmente in relazione con la “controversia degli storici” suscitata proprio dagli storici nazionalisti negli ultimi anni della Repubblica di  Bonn e poco prima che la presente Repubblica di Berlino si formasse secondo processi influenzati in modo abbastanza significativo dalle idee di costoro. L’idea habermasiana di “patriottismo costituzionale” si contrappone cioè a quella di patriottismo nazionale o etnico (il cui più vivace modello contemporaneo, come Ernst Nolte rilevò a suo tempo con beffarda soddisfazione, e Tony Judt chiarì più tardi e più lucidamente, resta realizzato attualmente nello Stato d’Israele). Alla fine degli anni novanta del secolo scorso, l’idea di patriottismo costituzionale si presentava omogenea tanto all’ aspirazione  di riforma interna propugnata dai più attivi e intelligenti movimenti di opposizione nella DDR quanto all’ipotesi di un processo di unificazione tedesca che fosse basato sull’applicazione dell’articolo 144 della costituzione di Bonn (cioè attraverso una nuova assemblea costituente) anziché dell’articolo 23 ossia mediante pura annessione (come accadde). A queste precisazioni, vale la pena di aggiungere poi almeno due significative considerazioni.

La prima considerazione  è abbastanza ovvia. L’attuale Unione Europea, cioè, non può essere oggetto di patriottismo costituzionale da un punto di vista democratico per la semplice ragione che la sua costituzione non è democratica, sicché né le sue istituzioni, né perciò ogni autorità che vi si eserciti, sono legittime né degne di lealtà (e obbedienza). Di conseguenza, la lealtà verso una costituzione democratica come quella della Repubblica italiana sovrasta qualunque vincolo derivi dall’appartenenza all’Unione Europea. Dunque, è normale e ammissibile avere percezioni diverse quanto al discernimento degli atti anche molto difficili e impegnativi che possano o intanto non possano discendere da ciò in ciascuna situazione. Ma non è normale né ammissibile avere percezioni diverse sulla sostanza di ciò facendo parte di un medesimo soggetto politico. Partiti e movimenti che siano divisi al loro interno sulla sostanza di ciò non avrebbero funzione né futuro.

Naturalmente non sarebbe esattamente così se l’Unione Europea si desse mai una costituzione democratica. Ma questo degno auspicio viene raramente manifestato insieme con la consapevolezza che ciò rappresenterebbe un processo tecnicamente rivoluzionario (o, per esprimersi più freddamente, un radicale cambiamento di regime) i cui presupposti reali (presentemente più che scarsi) dovrebbero essere creati in tempi molto più lunghi rispetto a quelli dell’aggravamento della crisi sociale, politica e morale, che deve essere affrontata adesso.

La seconda considerazione, apparentemente meno ovvia, ma piuttosto rilevante, è che l’origine dell’Unione Europea (cioè la sua natura, se Vico ha ragione) non è internazionalista ma nazionalista. Il più illustre storico accademico del processo detto di integrazione europea, cioè Alan S. Milward, espose questo in modo molto chiaro già a proposito del suo embrione “a sei” formato negli anni cinquanta del secolo scorso, allorché il tardo-colonialismo francese e il neo-mercantilismo tedesco (allora anche molto venato di nazionalismo in versione revanscista) trovarono parallelamente quello strumento al fine di riaffermarsi e sostenersi l’un l’altro (mentre la confusa utopia spinelliana si illuse di approfittarne). Tentativi di utilizzare diversamente lo strumento da parte delle forze della democrazia sociale durante la crisi globale degli anni settanta furono stroncati nel decennio successivo, e nel processo di Maastricht, che seguì quella svolta, gli stessi due fattori furono protagonisti in un nuovo contesto.

Il ribaltamento di situazioni, di regole, e di configurazioni del potere, che è domandato oggi per una vera riscossa del lavoro e della democrazia, si presenta perciò come un’opera enorme e impegnativa. Decidere se e come usare a tale fine qualunque leva disponibile (incluso quanto resti di Stati nazionali democraticamente fondati, e indipendentemente da qualunque inclinazione di sentimento) si presenta perciò a sua volta come esercizio di discernimento politico, opinabile e negoziabile, e non come materia per anatemi preventivi.

Raffaele D’Agata

 



Categorie:Uncategorized

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: