Perché stare con Mélenchon (con l’aiuto di un po’ di storia)

Almeno la maggior parte delle persone che votano e approvano maggioranze politiche come quella del presente governo italiano non sono né brutte né sporche né cattive. E comunque è con loro, non tra noi stessi, che adesso bisogna parlare.

Nella primavera del 1919, mentre a Parigi aveva luogo una conferenza detta “della pace”, e mentre a Weimar convenivano deputati chiamati a dare vita e forma alla prima repubblica democratica mai esistita fino ad allora su suolo tedesco (e tuttavia esclusa da quella conferenza), i rappresentanti eletti nelle terre tedesche del dissolto impero danubiano (fuorché nel Tirolo meridionale e nel paese dei Sudeti, dove gli occupanti lo avevano vietato) dichiaravano quelle terre parte integrante della Repubblica tedesca, e decidevano perciò di inviare delegati a Weimar. Questi furono però accolti in Sassonia con estrema freddezza, per quanto entrambe le assemblee fossero caratterizzate da maggioranze socialiste relative ma forti. Una circostanza fondamentale da associare con ciò era che uno dei più influenti membri del governo provvisorio di Berlino si chiamava Gustav Noske, mentre uno dei più influenti membri del governo provvisorio di Vienna si chiamava Otto Bauer. E le rispettive concezioni dei due circa i rapporti verso i comunisti da una parte, e i recenti vincitori della guerra interimperialista dall’altra, erano precisamente agli antipodi.

Senza tenere conto di questo precedente sarebbe impossibile spiegare come mai venti anni più tardi gli austriaci andassero a votare in massa a favore dell’ “Anschluss”, già lungamente vietato e allora finalmente concesso dagli ex-vincitori (non casualmente) proprio a Hitler. Votarono veramente in massa, senza bisogno di vera e propria costrizione, compresi cioè i socialisti, e verosimilmente tra questi  non pochi di coloro che quattro anni prima avevano lottato per difendere il comune rosso di Vienna contro la repressione clerico-fascista (benedetta dal Vaticano e da Mussolini) che i nazisti avevano poi spinto via per i loro particolari e terribili scopi. Forse gli austriaci non avevano ancora capito bene chi fossero i nazisti? Questo è probabile (a meno che non fossero di origine ebraica, e anche in tal caso non necessariamente ancora fino in fondo, né tutti). L’essenziale, però, è che non se ne poteva più di una correttezza stabilita, condivisa dal grosso della socialdemocrazia in Europa, che dipingeva il risultato della sanguinosa resa di conti interimperialista come (tutto sommato…) un successo della democrazia, la Società delle Nazioni come la garanzia di un equo e democratico diritto internazionale, e la cosiddetta “finanza sana” come un vincolo da rispettare, sicuramente gravoso in tempi di crisi, ma certamente preferibile a tutto quanto potesse comunque avere un pur vago odore d’inflazione.

Mettiamo allora la vittoria nella guerra fredda del blocco storico originariamente a guida americana (e attualmente in corso di complessa metamorfosi entro una cornice di tanto sostanziale quanto sempre più contraddittoria e inquietante continuità) al posto della vittoria del blocco storico sotto egemonia anglo-francese al termine della grande mattanza interimperialista nel 1918. Mettiamo ancora l’autonominata “comunità internazionale” (che si sovrappone, esautorandola di fatto, all’ONU antifascista e anticolonialista) al posto della Società delle Nazioni. Mettiamo infine (in particolare, e per esempio) le regole monetarie dell’Unione Europea al posto dei vari “risanamenti” (compreso, appunto, quello austriaco) degli anni venti del secolo scorso (ossia tanto di quelli che provocarono il Grande Crollo quanto di quelli simili che successivamente aggravarono  le sue conseguenze). E potremo finalmente vedere chiaro perché, là dove c’era il rosso della solidarietà e della speranza, nell’Europa di oggi, c’è invece adesso il grigiastro del sospettoso isolamento e della paura.

Presumere di resistere a una tale metamorfosi antropologica e culturale, contrastarla, e rovesciarla, con gli stessi pensieri e le stesse parole che hanno accompagnato, più o meno consapevolmente o volutamente avallato, e infine effettivamente alimentato, quel blocco di narrazioni e di equivoci, significherebbe precipitare fino in fondo nella tragedia. Il ceto dirigente che la marea grigia sta spazzando via in Europa non è formato da interlocutori che interpretino principi giusti (come qualunque cosa si intenda o si attribuisca loro parlando di “europeismo”, per fare un esempio) in modo sbagliato, ma semplicemente da nemici. Anche semplicemente apparire come chi abbia qualcosa di pur minimo in comune con costoro significherebbe alimentare ulteriormente la marea grigia, non certamente combatterla con qualche efficacia. E le apparenze, in fasi storiche convulse come questa, sono sostanziali e decisive.

Certamente, anche l’apparenza di una similitudine con le narrazioni della marea grigia costituisce un rischio: ma un rischio effettivamente minore. È tempo di essere scorretti, demagogici. Nel 1933 Roosevelt fu additato come un pericoloso demagogo, e questo si sa. Si può aggiungere che la propaganda delle Sette sorelle petrolifere, che egli cominciava a mettere sotto tiro a livello internazionale nel 1944, gli diede addirittura del fascista.

Non è importante essere o non essere accostati a quanti, imbrogliando e per i loro scopi, dicano le cose giuste. Importante è dirle, e soprattutto pensarle, pensarle nel contesto giusto, e agire di conseguenza.

Raffaele D’Agata



Categorie:Uncategorized

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