“Fuori” dall’euro? Oppure, oltre?

Non c’è alcuna  moneta comune, e nessuno che conti la vuole, né mai ne ha voluta. Con il nome di euro, la moneta nazionale è stata semplicemente sottratta ad ogni gestione democratica che sia effettuata nell’interesse generale. Si tratta solo di ripristinare ed estendere tali funzioni, in un contesto di attiva e motivata cooperazione globale.

Poiché l’euro e le regole che lo riguardano costituiscono un cappio studiato al fine di impedire ogni movimento libero sotto rischio  di soffocamento, e poiché l’intero sistema sta producendo una decadenza sociale, civile e morale del tutto insostenibile (in termini di anomia, di eclissi dei vincoli di solidarietà umana e del senso di cittadinanza, o infine di puro e semplice fascismo),  il fondamentale problema che abbiamo sotto questo riguardo è coniugare fermezza e responsabilità in ciò che non può essere se non denuncia e rifiuto di tutto questo.

Si dovrebbe allora muovere da questa osservazione: che l’euro è un feticcio mischiato con una menzogna.

Non è cioè una “moneta comune”, ma (originariamente e strutturalmente) è il nome unico attribuito a un insieme di monete nazionali al fine di obbligare queste (innanzitutto le più deboli) a un regime rigido e automatico di parità fisse. Ma le conseguenze inevitabili di ogni sistema rigido e automatico di parità fisse (tipico esempio storico, il Gold Standard) sono socialmente devastanti e incompatibili con la democrazia. Pertanto, tra le altre cose, producono instabilità: in particolare, tendenziale delegittimazione del potere cui possono corrispondere spinte disgreganti e caotiche, tendenti a prevalere su ogni altra in quanto almeno provvisoriamente compatibili con il potere stesso: è appunto il caso degli attuali movimenti xenofobi e razzisti.

Idee di riforma come quella di rendere l’euro una vera moneta, e di mettere una tale moneta al servizio di politiche democratiche in Europa, sono idee molto belle. L’aspirazione  è nobile, senza dubbio; ma ogni suo possibile tempo di realizzazione appare assolutamente sproporzionato rispetto  al ritmo della crisi sociale, politica e morale che ci sta quasi travolgendo.

L’alternativa sarebbe allora forse un “ritorno” a una moneta nazionale? No, perché la moneta nazionale esiste già, avendo semplicemente ricevuto il nome di euro,  che oltretutto si può benissimo conservare, se questo serve a tenere più calmi gli animi. Quanti tipi di fiorini, di corone, e anche di dollari, ci sono stati  e ci  sono del resto in giro, contemporaneamente, in paesi diversi?

Con il  nome di euro, insomma,  la moneta nazionale è stata semplicemente sottratta ad ogni controllo e ad ogni forma di gestione democratica nell’interesse pubblico. Si tratta quindi semplicemente di restaurare ed estendere tali funzioni pubbliche mediante atti di disubbidienza attiva.

Atti di disubbidienza su tale terreno comportano certamente rischi terribilmente gravi entro la presente struttura globale del potere economico e finanziario (e delle connesse dinamiche). Se però fossero esercitati da paesi dotati di peso economico, che sappiano anche costruire reti di solidarietà, potrebbero anche costituire forme di pressione efficace.

L’equilibrio cui tendere attraverso tale pressione può essere un sistema in cui intorno all’euro-riserva (in quanto moneta di riferimento contabile) ruotino per esempio l’euro-Italia, l’euro-Portogallo,e così via (compreso un euro-Germania capace di svolgere funzioni equilibrate e responsabili), nonché eventualmente anche altre unità di conto finalizzate e vincolate a particolari circuiti più o meno estesi (transazioni interbancarie, saldi attivi trasferibili parzialmente e in modo controllato a livello sia nazionale sia intergovernativo, e così via). La storia offre svariati esempi, tecnicamente interessanti e politicamente aperti a svariate interpretazioni e applicazioni.

L’euro-riserva sarebbe cioè molto simile al “Bancor” pensato e proposto da Keynes a Bretton Woods nel 1944 (e non adottato, tra l’altro, anche a causa della strumentalizzazione delle sue idee da parte della politica britannica di conservatorismo imperiale). Come tale, tenderebbe quindi a una funzione non soltanto europea ma globale, come parte di un paniere di valute che sia strumento di un sistema di sicurezza economica collettiva globale nel quadro delle Nazioni Unite (proprio come quello concepito nel 1944 per essere dapprima eroso e poi liquidato in correlazione con la guerra fredda).

“Vasto programma”, può osservare il cinico di turno. Certamente difficile. Ma una politica che limiti il suo orizzonte anche più vicino alle cose facili è qualcosa di cui la presente umanità in carne ed ossa può anche (quasi)  fare a meno.

Raffaele D’Agata



Categorie:Uncategorized

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