Pezzi di carta, tigri di carta, spettri di fumo

Concepire  il necessario rovesciamento del regime di Bruxelles come una questione di trattati da denunciare nelle forme convenzionali potrebbe essere un errore di formalismo capace piuttosto di allontanare l’obiettivo che di avvicinarlo.

La natura giuridica dell’Unione Europea è quella di una Confederazione di Stati la cui Costituzione consiste in una serie di trattati internazionali. Una “Confederazione” (o anche “Federazione”) di “Stati” non è ancora uno Stato distinto e diverso da questi (cioè uno “Stato federale”), anche se  l’Articolo 50 del Trattato di Lisbona, nel caso dell’Unione Europea, rende estremamente difficile il recesso unilaterale (come la vicenda del Brexit sta sempre più drammaticamente mostrando). L’Unione Europea è insomma qualcosa di ibrido, difficilmente definibile, e ancora più difficilmente trattabile dalla politica.

Può essere utile notare che il più cospicuo e interessante caso analogo, offerto dalla storia moderna, di Costituzione basata su qualche trattato internazionale, è offerto dalla Confederazione Germanica istituita appunto dall’Atto Finale del Congresso di Vienna nel 1815, cioè contestualmente alla fondazione di un ordine internazionale sempre noto da allora in poi come “Restaurazione” con riferimento alla temporanea cancellazione di gran parte almeno dei risultati politici, culturali e sociali, del processo iniziato con la presa della Bastiglia nel 1789. L’analogia può diventare ancora più significativa se si nota ulteriormente che il fondamentale trattato istitutivo dell’Unione Europea, cioè il Trattato di Maastricht del 1992, fa parte organica della fase iniziale di una nuova epoca di Restaurazione, consistente questa volta nella cancellazione (ben più completa, e anche perciò anche più irrazionale e caotica che nell’altro caso[1]) di ogni più o meno lontano o indiretto risultato del processo iniziato con la presa del Palazzo d’Inverno nel 1917.

Abbastanza ovviamente, la prima conseguenza di ciò è che nessun movimento politico democratico e rivoluzionario può professare né praticare alcuna lealtà costituzionale nei confronti dell’Unione Europea sotto pena di insostenibili perdite di credibilità e di conseguente efficacia. Essere sleali, naturalmente, significa perseguire il rovesciamento dell’Unione Europea insieme con la sua Costituzione originariamente, organicamente e irrimediabilmente antidemocratica. Rivedere una Costituzione antidemocratica con procedimenti ammessi da questa onde renderla democratica è infatti semplicemente un’impossibilità logica e politica. La qualificazione terminologica di “antieuropeismo” spesso attribuita a una tale semplice constatazione non necessariamente euforica, come se si trattasse di una scelta, sembra avere piuttosto il valore di un esorcismo. Resta da discutere e da stabilire, tuttavia, se i disponibili strumenti di diritto internazionale, i quali consistono in questo caso nella denuncia di trattati da parte di Stati tramite governi che di volta in volta li rappresentino, siano quelli più adeguati, e da scegliere, dal punto di vista di movimenti democratici e rivoluzionari che intendano affermare la propria natura: che cioè non  intendano rischiare di confondersi con dinamismi eterogenei propri della politica internazionale, o tanto meno con gli interessi e gli obiettivi di movimenti di natura diversa o addirittura opposta.

Curiosamente, i fautori di una qualche “riforma democratica” dell’Unione Europea non sottolineano molto questo specifico aspetto, che rafforzerebbe le loro argomentazioni ma non abbastanza da compensare la fondamentale e irrimediabile debolezza di queste, cioè l’enorme sproporzione tra i tempi necessariamente lunghissimi se non eterni di un processo di revisione dei Trattati  e quelli drammaticamente accelerati della crisi sociale, politica e culturale, della quale quei medesimi trattati costituiscono un rilevante fattore. Tuttavia, la vicenda del Brexit sta dimostrando anche un’altra cosa: una sproporzione non altrettanto enorme, ma comunque grave e problematica, può perfidamente operare anche contro una giusta politica di immediato rifiuto dei Trattati che non sappia sfuggire alle trappole del diritto internazionale convenzionale, e particolarmente alla specifica e maligna trappola aggiuntiva collocata mediante l’Articolo 50 del Trattato di Lisbona.

Per il bene o per il male, in realtà, la politica effettiva ed efficace ha sempre saputo che i trattati non sono che “pezzi di carta”, come il pur relativamente moderato Cancelliere del Reich Tedesco dichiarò nel 1914 nell’atto di violare quello che sanciva e regolava la neutralità del Belgio (in quel caso, appunto, quasi esclusivamente per il male). Nel 1991, poi, la Serbia non aspettò un’irraggiungibile composizione formale con gli interessi opposti della Croazia e della Slovenia (e tanto meno della Germania), né una formale uscita dai vigenti accordi monetari, per cominciare di fatto a mettere in circolazione più dinari di quanto il rigido ancoraggio al marco tedesco la autorizzasse a fare, andando incontro alla tremenda punizione che ne seguì nel quadro dei rapporti di forza globali proprio allora recentemente stabiliti. Non sono certamente due esempi felici, dal momento che il Reich Tedesco fu infine sconfitto un po’ più di altri in una generale  tragedia e sconfitta dell’umanità civile, e che la punizione subita dalla Serbia (e, di fatto, dall’insieme dei popoli jugoslavi) durò svariati anni e fu terribile: l’uno e l’altra avendo mischiato indiscutibili ragioni con gravi e imperdonabili contaminazioni di arroganza, inutile ferocia, e smisurata volontà di potere. Ma si può interrompere qui la catena di esempi prevalentemente negativi osservando anche altro. Né le Brigate internazionali, né la politica sovietica che le promosse e le sostenne, attesero di ridiscutere Il Patto di Non Intervento per venire in aiuto della Repubblica spagnola, cosa che non salvò la Repubblica ma salvò l’onore e preparò la riscossa mondiale della democrazia. Ancora, negli anni migliori dell’Italia repubblicana, la coscienza laica non attese che il Vaticano accondiscendesse alla pur limitata revisione del Concordato che infine ebbe luogo, né attende oggi il suo consenso ad un definitivo superamento del regime concordatario, per cominciare a  praticare i suoi valori, anche se in difficili lotte.

Tutto questo sembra suggerire che la lotta contro il regime di Bruxelles può guadagnare in credibilità ed efficacia se, piuttosto che lasciarsi irretire nel suo aspetto cartaceo, rappresentato dai Trattati, si svilupperà in un disegno e in un’iniziativa politica che semplicemente non li riconosca e li ignori (salvo eventualmente fruire delle rare ma importanti implicazioni vantaggiose per le persone che di fatto e collateralmente essi comportano in determinate situazioni). Ciò significa propugnare e possibilmente attuare una politica di effettiva disubbidienza che si rafforzi nel suo svolgersi, conquistando consenso e sottraendone altrettanto ad operazioni ideologiche regressive. Guardare insomma ai Trattati europei come a semplici pezzi di carta è ciò che può permettere di fronteggiarli come semplici tigri di carta.

Una conseguenza particolare merita qui di essere messa a fuoco per quanto riguarda il trattato istitutivo dell’Unione Monetaria Europea, la cui formale denuncia si presenta come la precondizione di una eventuale “uscita dall’euro”. Concentrare la mira su tale obiettivo può comportare uno spreco di munizioni, da dirigere più produttivamente, piuttosto, contro la “riforma Andreatta” che lo precede di un decennio e contro la riscrittura dell’Articolo 81 della Costituzione che completa questa anche indipendentemente da quello.  Le conseguenze potenziali di ciò sulla gabbia del debito sono abbastanza evidenti. Non meno può apparire chiaro  che, essendo l’euro non tanto una moneta quanto un nome, uniformemente attribuito a singole monete nazionali al fine di imporre a queste una rigida e automatica fissità di rapporti di cambio, il problema non è il nome di queste monete (a che cosa mai servirebbe un “ritorno” alla lira post-Andreatta?) ma il modo in cui siano di fatto gestite, e in quale rapporto con la politica democratica. Questa dovrebbe allora prepararsi a ciò innanzitutto costruendo una costellazione di alleanze e di conseguenti rapporti di forza (anche e specialmente in senso transnazionale) che permettano di ripetere con più fortuna, pacificamente (e anche perciò con più saggezza negli sviluppi politici e ideologici dell’inevitabile conflitttualità) operazioni simili a quelle tentate dalla Repubblica serba nel 1991.

Raffaele D’Agata

[1] Mi permetto, su ciò, di richiamare il mio La restaurazione imperfetta. Un ventennio di precarietà globale 1990-2010, Manifestolibri, Roma, 2011.



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2 replies

  1. Tengo a ricordare che molti militanti delle Brigate internazionali, che accorsero per difendere la Repubblica democratica spagnola, furono massacrati dagli stalinisti. Infatti i comunisti che seguivano le direttive di Mosca, andarono in Spagna con l’intento di stroncare le forze democratiche e anarchiche che si opponevano ai fascisti di Franco, sostenuti da Mussolini e Hitler.
    Dopo ciò, concordo con l’idea che i Trattati europei non sono di fatto riformabili. Per questo motivo, sostengo l’idea che una parte significativa dei parlamentari europei dovrebbero autoconvocarsi in Assemblea costituente, con l’appoggio de* cittadin* dei Paesi membri per proporre una Costituzione democratica, ecologista, socialista. Questo potrebbe essere il primo passo verso il superamento del presente attuale.

    • Ogni volta che il discorso cade sulla guerra civile spagnola, richiami alla tragica complessità delle sue vicende sono sempre utili e pertinenti, certo. Qui il discorso vi è caduto esclusivamente in relazione ad uno dei molti lati o aspetti di quella complessità, che mi appare rilevante quanto all’argomento, e non richiede di dimenticare gli altri per essere evidenziato. Quanto all’idea di una nuova Paulskirche (Germania 1848!), non c’è dubbio che è in qualche modo suggestiva. Però il precedente non è felice, e piuttosto a me sembra suggerire un’analogia che invita alla prudenza. Fare entrare un’idea vasta e complessa come quella di Germania entro il modello dello Stato territoriale si rivelò impresa difficilissimma, evidentemente perchè mal concepita, e gli sviluppi seguenti lo dimostrarono tragicamente. L’idea di Europa (e perciò anche la sua vera e piena realtà) raporesenta, a mio avviso, un problema analogo. Per ora mi fermo a questa considerazione, anche se (certamente lo sappiamo entrambi) c’è molto altro da dire. Cerchiamo di avere occasioni per farlo.

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