Minibot no, bitcoin e derivati sì?

È veramente curioso leggere tante deprecazioni nei confronti di possibili monete parallele, come se già non ne esistessero e non ne fossero ammesse in abbondanza (purché di origine privata).

La sostanziale coincidenza di vedute tra il “il manifesto” di domenica 16 giugno e “Il Sole-24 Ore” del giorno precedente nel deprecare la ventilata introduzione dei cosiddetti “mini-Bot” (e in generale ogni idea di moneta parallela) illustra meglio di qualunque argomentazione  la ragione per cui la “sinistra” ufficiale (cui anche il quotidiano sempre più ironicamente “comunista” sembra ormai quasi da ascrivere) non rappresenta oggi molto più che una sofisticata e marginale variante del  blocco sociale e ideologico che forma la spina dorsale del sistema economico vigente in senso globale: almeno, in quanto si tratti delle strutture profonde ed essenziali di questo. E tra queste, appunto, sono da annoverare il carattere di merce rivestito dal denaro e il correlativo carattere “indipendente” (ossia, di fatto, privato) della sua produzione. “Tutta l’analisi economica e storica” (“tutta”!?..), si leggeva sul principale quotidiano economico italiano il 15 giugno, “ha dimostrato che quando il politico – una volta era il principe, ora sono gli eletti del popolo – ha il controllo della produzione di moneta combina guai”. Ciò presuppone qualcosa di ben difficile da credere: cioè che possano esserci (a parte casi marginali) guai economici e sociali peggiori di quelli combinati da soggetti “indipendenti” ossia privati in modo tale da esplodere tra il 2007 e il 2008, di cui stiamo ancora subendo le conseguenze drammatiche senza  vie d’uscita apparenti.

In effetti, una sfrenata e largamente insensata  produzione di denaro in senso lato, e nelle forme più fantasiose e creative, da parte di soggetti non statali, non è cessata dopo avere provocato un tale disastro. E la sua crescita si mostra inversamente proporzionale (in modo iperbolico) alle globalmente decrescenti opportunità di lavoro e di vita delle persone.

In ogni modo, sta di fatto che il bando fulminato dalla sapienza ufficiale nei confronti di ogni possibile moneta parallela di produzione pubblica  non si estende affatto alla moneta parallela di produzione privata (o prevalentemente privata, considerando il coinvolgimento di quelle aree grigie che sono i “fondi sovrani” nel medesimo ramo), come i famigerati bitcoin, e presto (a quanto si dice) come la nuova criptovaluta cui Mr. Zuckerberg sembra intenzionato a dare vita.

Sicché, grossomodo come accadde in Germania negli anni trenta del secolo scorso, l’occasione per offrirsi come interprete e vendicatore di un disagio intollerabile della sostanza umana e naturale della società, prodotto in larga misura da quelle pratiche benemerite e “indipendenti”, viene servita su un vassoio a un personale politico tanto maligno quanto astuto, abile nel mascherare la propria sostanziale condiscendenza verso i più favoriti e facoltosi con l’appello e l’incitamento ai peggiori sentimenti che sono nel “popolo” come in ciascuno.

E proprio quella Germania di allora (a proposito) offre il più interessante esempio nell’utilizzazione di moneta parallela da parte dello Stato. Il regime nazionalsocialista si mostrò abile ed efficace nell’uso di questo strumento a fini di crescita (e di consenso) aggirando con esso il vincolo alla spesa pubblica costituito dall’intangibilità della parità ufficiale esterna (accettato e concordato con il cuore londinese della finanza globale del tempo, finché questo potè politicamente durare). Le intenzioni erano terribilmente maligne, ma lo strumento in sé non era (e non è) né buono né cattivo. A quel tempo, Roosevelt e Keynes osservavano la cosa con interesse. E né all’uno né all’altro passava per la mente che invocare qualche presunta ortodossia economica avrebbe minimamente aiutato nel compito di resistere al male.

Raffaele D’Agata



Categorie:Uncategorized

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