Voto di “guerriglia”

Dunque “Potere al popolo!” andrà solo alle urne: non certo per qualunque  “governo” possibile entro la presente e distorta ingessatura del sistema politico-istituzionale,  ma – alla lunga – per ciò che veramente conta, ossia il potere.

La trasformazione degenerativa degli istituti della democrazia rappresentativa avvenuta tra la fine del secolo scorso e l’inizio di quello presente è il quadro entro cui appare innanzitutto necessario leggere ed elaborare i due obiettivi, giustamente ambiziosi, che  il Coordinamento nazionale di “Potere al popolo!” propone al movimento in vista delle ormai certe e imminenti elezioni politiche anticipate: da una parte, cioè, la costruzione di una rappresentanza autonoma delle lotte e dei conflitti, e dall’altra la candidatura a “guidare il paese in nome della giustizia sociale”. Il primo obiettivo si traduce nella scelta di affrontare le urne con il proprio nome e il proprio simbolo, rifuggendo da accordi di coalizione. E, naturalmente,ciò comincia già a suscitare rimproveri più o meno aspri da parte di tutti i vecchi o semi-nuovi partiti e movimenti che hanno cercato di svolgere il ruolo di una “sinistra” durante l’ultimo trentennio, nel bene come nel male, e comunque con effettiva e finale inefficacia.

Non si può certo negare che la costruzione di una rappresentanza autonoma delle lotte e dei conflitti (tradotta nella scelta di andare soli alle elezioni) da una parte, e dall’altra la candidatura alla guida del paese, sono obiettivi non immediatamente componibili: certamente, non nelle condizioni date. Lo strappo mediante cui, al principio della fase storica che stiamo vivendo, il capitalismo ha duramente e integralmente riaffermato sé stesso – spezzando i vincoli che la democrazia gli aveva imposto nella seconda metà del Novecento – detta oggi condizioni tassative ed efficaci a chiunque si candidi alla guida di paesi come il nostro. Ne discende, in particolare, la costrizione a rispettare vincoli provenienti da attori e autorità di natura non statale (e non democratica) per cui tramite il sistema capitalistico globale esercita il proprio dominio assoluto nell’età presente, con o senza l’ornamento di ingenue o compiacenti ideologie che spaccino tutto questo come realizzazione di valori (cioè niente meno che quelli di universale cittadinanza e di reciproco riconoscimento di identità e culture, affermati nel cielo delle idee e necessariamente calpestati nel paesaggio di guerra e di disperazione che le dinamiche reali del sistema effettivamente producono a livello globale).

Appare perciò evidente che il primo dei due obiettivi enunciati dal CN di “Potere al popolo!” ha innanzitutto una maggiore e più immediata praticabilità, mentre per altro costituisce il presupposto di ogni passo ulteriore in direzione del secondo. Diversamente di quanto accadeva in paesi come il nostro (anzi, soprattutto nel nostro) prima dello strappo di fine millennio, e conformemente a quanto accadeva invece durante la vita di Marx e in qualche modo ancora fino alla seconda guerra mondiale, lo strumento elettorale, oggi, è quasi del tutto ininfluente rispetto ai vincoli di sistema. Si partecipa dunque alla competizione elettorale innanzitutto per lo scopo di accrescere la forza di forme di potere reale e alternativo costruite e da costruire nei luoghi di lavoro e di sfruttamento, e di emarginazione, portando queste a pesare anche sul terreno della legalità istituzionale vigente: e specificamente, nel caso italiano, sul terreno delle forme effettive, e contraffatte, entro cui il potenziale di trasformazione sistemica già sancito e garantito dalla Costituzione del 1948 è stato neutralizzato nel corso degli ultimi tre decenni passati.

“Guidare” il paese sulla via della rinascita e del necessario sviluppo della sua esperienza democratica, e perciò della riapertura dell’inevitabile conflitto di questa con il capitalismo, e di un nuovo e diverso esito di tale conflitto, sembra significare questo. La strada per il potere (a meno che non si voglia confondere questo con qualunque  “governo” ammesso dalla sua vigente struttura) non è diretta, né passa immediatamente per il confronto davanti alle urne (che difficilmente risulteranno per ora meno scarsamente frequentate di quanto tendono ad essere in questi tempi, o meno ininfluenti quanto alla sua struttura reale e profonda). Siamo piuttosto a una svolta ulteriore in quella che si annuncia ed è richiesta come una non breve campagna di costruzione molecolare e diffusa  di potere alternativo, che miri certamente a conquistare nelle sfigurate istituzioni della cosiddetta “seconda” Repubblica posizioni di garanzia e di presidio (anche operando al fine risanare la distorsione vigente): una campagna che ignori la sproporzione apparente delle forze (fotografata dai famosi sondaggi) e la aggiri mediante metodi assimilabili a quelli di una“guerriglia” (per quanto gli orrori del tempo presente possano sconsigliare il facile ricorso a metafore di carattere militare sempre care al pensiero politico).

Raffaele D’Agata



Categorie:Uncategorized

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