Dolce, il richiamo all’unità: se non proviene dagli scogli.

Non ha senso né efficacia combattere il salvinismo seguendo regole del gioco a lui favorevoli e giocando perciò insieme con chi le abbia fatte o indirettamente avallate.

Sollecitazioni a formare coalizioni più o meno larghe non dopo le elezioni (come può essere ragionevole) ma prima del voto (con la conseguenza di condizionare e limitare la libertà di orientamento e di scelta da parte dei votanti) si ripresentano puntuali in vista delle elezioni politiche anticipate che quasi certamente avranno luogo al principio del prossimo autunno. Accuse di settarismo e di estremismo sono altrettanto puntualmente rivolte a chi si sottragga a ciò ritenendo necessario piuttosto costruire e offrire una distinta e coerente possibilità di scelta (sfidando regole costruite appositamente per cercare di impedirlo). In questa speciale e importante occasione, tali sollecitazioni possono apparire rafforzate da argomenti offerti da angosciosi sondaggi d’opinione che presentano un movimento fortemente antidemocratico e ricco di rilevanti venature fasciste, e il suo arrogante capo, vicini a ottenere una quota di consensi che le vigenti regole elettorali (fatte da chi?) possono trasformare in pieno controllo del parlamento. Certamente, ciò riguarda soltanto il numero sempre più ristretto di cittadini che ancora considerano utile partecipare alle elezioni, malgrado inviti a non farlo ormai annosi ed efficaci, per quanto velati e indiretti. Ma questa considerazione, se da un lato rende la situazione da un lato più aperta, dall’altro la rende anche (ma non soltanto da oggi) più drammatica.

Per altro, tanto il vertiginoso e ormai permanente calo della partecipazione elettorale verificata e attesa quanto il rischio attualmente paventato o piuttosto agitato (che in buona parte ne deriva) sono il prodotto di una struttura del sistema politico che a suo tempo fu concepita e costruita (oppure solo teoricamente criticata anziché costantemente e politicamente contrastata) da quelle stesse correnti politiche  dal cui seno le sollecitazioni qui  discusse principalmente provengono. Inoltre, tale struttura del sistema politico fu costruita fin dal principio in modo tale da indebolire e annacquare gravemente il carattere antifascista del nostro Stato repubblicano e della legittimità del potere esercitato in suo nome, così da stabilire le condizioni entro cui le azioni e le enunciazioni inaudite dell’attuale vice-presidente del Consiglio possono quasi entrare a fare parte della normalità.

In teoria (ma soltanto in teoria) le sollecitazioni qui discusse diventerebbero degne di ascolto e di attenzione soltanto se accompagnate o precedute da una radicale ed efficace auto-sconfessione di tutto questo da parte di chi la debba, a meno di  costruire sulla sabbia e di limitarsi a dilazionare (non si sa di quanto) degenerazioni ancora più gravi del tessuto politico e civile del paese. Sempre in teoria, cioè, una larga coalizione anti-salviniana e antifascista sarebbe pensabile (oltre che desiderabile, come certamente è) soltanto se non contenesse in sé alcuno dei germi del salvinismo, e della ri-legittimazione del fascismo, già largamente coltivati e messi in circolazione (distrattamente o no) da gran parte delle forze che ne dovrebbero adesso costituire una. Ciò significherebbe (se mai fosse possibile) adottare e sottoscrivere un programma limitato al ripristino del sistema elettorale proporzionale, alla salvaguardia della Costituzione  e al correlativo abbandono di ogni proposito di ulteriore manomissione da sostituire piuttosto con il risanamento di manomissioni effettuate (come in particolare la stridente contraddizione tra l’attuale articolo 81 circa il bilancio pubblico,“riformato” con l’euforico apporto di molti coalizzandi, e l’articolo 3 circa i fini sociali dell’azione pubblica, che quella “riforma” ha abrogato di fatto).

Condizioni preliminari di genere simile erano quelle che il PRC sarebbe stato in grado almeno di tentare di porre (salvo rifiutarsi di subire lo spauracchio berlusconiano agitato sotto prevalente e determinante regìa liberale ed atlantica) per accettare di formare la coalizione che avrebbe dato vita al secondo governo Prodi nel 2006 dopo un fortunoso risultato elettorale reso zoppo da regole elettorali impresentabili. Specificamente ed essenzialmente si sarebbe trattato, in quel caso, del ritorno immediato al sistema elettorale proporzionale seguito da nuove e di nuovo finalmente decenti elezioni. Come sappiamo, quel partito preferì piuttosto occupare qualche alto scranno in un parlamento sostanzialmente illegittimo (non troppo più di quelli successivi).

La forza necessaria per imporre oggi un tale genere di irrinunciabili condizioni è ormai quasi del tutto annullata (anche per effetto di quel genere di scelte). Ricostituirne una è assolutamente necessario, e ciò impone senza scampo una netta discontinuità, per quanto dolorosa ed aspra possa essere la strada da percorrere di conseguenza. Allo stato degli atti, in questa prospettiva, la solitudine non è una scelta ma una necessità. Sviluppi almeno in parte diversi sono certamente desiderabili, ma per il momento non si intravedono indizi.

Raffaele D’Agata



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