Di fronte alla peste

Come nel 1914, e “come in una guerra”, i dominanti sospendono a malincuore le loro stesse regole senza cessare di esservi fedeli.  Si tratta ora di imporre per le nuove (e vecchie) bolle virtuali di debito la stessa meritata fine di quelle di allora: insieme con quelle regole, e con molto altro. 

La pestilenza universale del 2020 è arrivata come flagello non annunciato anche ad ammonire circa la vicinanza incombente dei flagelli annunciati, a cominciare dallo scioglimento in corso dei ghiacci polari e dalle loro prevedibili conseguenze che rendono attuale e reale, per il nostro futuro, poco meno che il mito del Diluvio. Circa il rapporto tra le strategie di mutazione genetica dei microrganismi in termini di adattamento alle immani mutazioni climatiche da noi provocate non ci sono per il momento evidenze scientifiche e nemmeno indizi significativi, come quelli che invece ci sono per quanto riguarda la correlazione positiva tra tasso d’inquinamento e diffusione del contagio in determinate aree del pianeta.

Gli effetti economici della pestilenza, tre mesi dopo la sua apparizione, si presentano già equivalenti a quelli di una guerra mondiale dispiegata, e il personale politico di governo che  amministra il sistema vigente nei paesi più ricchi e più avanzati comincia ad ammettere con qualche imbarazzo la necessità  di sospendere le sue regole ferree almeno per tutta la durata della “guerra” e dei suoi strascichi più immediati. Il modello  che essi sembrano avere in mente appare insomma equivalente al comportamento seguito dai gruppi dominanti tra il 1914 e il 1925, cioè tra la sospensione del Gold Standard durante la prima guerra mondiale, con conseguenti ondate di inflazione monetaria più o meno sfrenata, e il tentativo della sua sospirata restaurazione, destinato a sfociare in una catastrofe economica globale quattro anni più tardi  (e in una nuova guerra mondiale dopo pochi altri anni). In nessuno dei più importanti e influenti centri di decisione politica appare traccia di ripensamento del modello alternativo seguito nel 1944 (al culmine della seconda guerra mondiale) mediante la conferenza di Bretton Woods, le cui idee innovative furono del resto dapprima ridimensionate nel quadro della guerra fredda e poi definitivamente rigettate a favore dei dogmi attualmente vigenti (per quanto “sospesi” in una certa misura).

La politica sembra a sua volta sospesa, proprio come in una guerra totale (richiamata per analogia anche da misure equivalenti al coprifuoco rafforzate dalla presenza di forze militari nelle città deserte). Il suo compito appare sempre più chiaramente quello di aprire il varco costituito dallo “stato d’eccezione” imponendo la necessità di una radicale revisione delle regole. Gli anni Venti del Duemila si preannunciano in effetti simili agli anni Venti del secolo precedente quanto al gonfiamento di ingenti cifre di debito più o meno congelato, rimodulato, scaglionato, ma sempre incombente sulla vita reale delle persone e disponibile per le manovre fantasiose e spregiudicate dei giocolieri del denaro. La posta in gioco si mostra ormai chiara: ripetere lo scenario catastrofico degli anni Venti del Novecento, o avviare la nuova massa di debito, insieme con gran parte almeno di quella pregressa, a fare almeno (intanto) la stessa meritata fine della bolla virtuale di allora.

Ciò mette all’ordine del giorno l’idea di vaste operazioni di “cambio della moneta” sostenute da significativi mutamenti del ruolo stesso del denaro, tali da metterlo in rapporto non più indiretto e casuale, ma funzionale e in qualche modo “ancillare”, con il lavoro e con i bisogni: a cominciare dalla necessità primaria della salvezza dell’unico pianeta che abbiamo, e delle radicali riconversioni delle attività produttive, del modo di svolgerle, e delle loro forme di gestione, che questa necessità assolutamente impone.

Raffaele D’Agata



Categorie:Uncategorized

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