Il dopo-peste come dopoguerra: le alternative

Una ragionevole dose di “estremismo” appare altamente consigliabile come corrispondente  agli abbondanti aspetti estremi della situazione.

 

Tre mesi dopo lo scatenamento della Grande Pestilenza, l’universo politico stabilito (a partire dalle istituzioni e dai leader dell’Unione Europea) sembra oscillare con imbarazzo e con ansietà di fronte a realistiche e praticamente sicure  previsioni riguardanti una vertiginosa caduta del prodotto lordo, dei posti di lavoro, e dei conseguenti redditi, in Europa e in Nordamerica (per non dire di quelle riguardanti l’ulteriore aggravamento delle condizioni di assoluta indigenza che affliggono “normalmente” centinaia di  milioni di abitanti di altre aree del pianeta e alimentano le migrazioni di massa). L’analogia della Grande Pestilenza con una guerra mondiale devastante si è ormai resa evidente, ed è comunemente accettata.

 

La solenne enunciazione dell’idea di un Fondo europeo per la ricostruzione da parte della Cancelliera Angela Merkel e del Presidente francese Emmanuel Macron è stato l’aspetto più interessante di tale oscillazione. Alcune centinaia di miliardi di euro sarebbero cioè innanzitutto (ed essenzialmente) rastrellati da Bruxelles sui mercati finanziari per essere quindi redistribuiti , almeno in gran parte a fondo perduto, ai  governi di singoli Stati membri impegnati in azioni di rilancio dell’attività economica e perciò dell’occupazione e dei redditi.

 

Lasciando ora da parte la difficoltà di prevedere quanto di questa idea possa trovare  spazio attraverso la barriera di gelosie, di grettezze, e di oscuri dogmi, che permeano  lo spazio pubblico in diversi paesi dell’Unione (così come  gran parte del ceto dirigente dell’Unione stessa), c’è innanzitutto da osservare che si tratterebbe, ancora e sempre, di debito (per quanto condiviso). Quindi, se è vero che le erogazioni sarebbero a fondo perduto ossia gratuite dal punto di vista immediato di ciascun paese beneficiario, non lo sarebbero dal punto di vista dell’Unione stessa, al cui indebitamento anche il paese beneficiario parteciperebbe, aumentando di fatto il proprio. Certamente, sono attualmente previste ed applicate deroghe alle rigide norme deflattive  che costituiscono il vero e duro nocciolo dei concetti fondativi dell’Unione Europea. Ma, a parte oscillazioni poco rilevanti, il ceto politico dominante che fa riferimento a Bruxelles condivide una posizione abbastanza ferma circa il carattere soltanto temporaneo di tali deroghe.  Un appuntamento non troppo lontano con la dettatura di misure di “risanamento” da parte di Bruxelles sarebbe insomma da assumere come   certo in ogni caso.

 

Se vogliamo sfuggire a questo destino, non possiamo che sforzarci di ribaltare a fondo i concetti chiave che sono alla base del sistema vigente, e resistere con decisione alla loro applicazione. Conformismo e dogmatismo sono naturalmente fattori potenti che sigillano e irrigidiscono tuttora lo spazio pubblico, occupato particolarmente in Italia da un sistema di partiti che appare retto da stravaganti meccanismi di selezione al ribasso del personale politico ed è garantito da regole che hanno progressivamente deformato e svuotato il genere di democrazia previsto dalla nostra costituzione. L’emersione di nuove forze portatrici di nuove idee, radicate in lotte popolari di resistenza, e le loro opportunità di arrivare ad influire direttamente entro le dinamiche del sistema politico in misura  almeno equivalente a ciò che è comunque avvenuto in Gran Bretagna ed avviene  in Irlanda e in Portogallo, sono gravemente ostacolate in Italia  dalla pesante inerzia di tali strutture deformate. Non per questo si dovrebbe credere meno nella necessità di ingaggiare e condurre la lotta per l’egemonia sul terreno delle idee e del senso comune.

 

Se dunque è vero che la grande peste del 2020 ha gli stessi effetti economici di una guerra mondiale, contrastare la persistente egemonia culturale della Restaurazione comporta metterla di fronte alla memoria delle catastrofi che la sua tronfia retorica  evoca inevitabilmente, e minaccia di riprodurre oggi. Anziché (come oggi frattanto) di fronte alla peste globale come guerra, le generazioni passate si trovarono direttamente di fronte alla peste costituita dalla guerra globale per due volte durante il secolo scorso. Una prima volta, tra il 1914 e il 1918 e poi nei primi anni del relativo dopoguerra, il corso degli sviluppi economici e sociali  presentò caratteri simili a quelli che tendono a riprodursi oggi: temporanea sospensione di regole economiche e finanziarie impopolari al fine di assicurare un sufficiente grado di  consenso alla base dell’equilibrio egemonico dato (lo stesso fine,del resto, che aveva dettato gran parte dei passi verso quella catastrofe bellica); quindi, accumulazione di ingenti  cifre di debito, e di corrispondente credito più o meno esigibile, seguita da molta macelleria sociale e da molta umiliazione della democrazia sotto l’insegna del “risanamento”.

 

Una seconda volta  però, tra il 1941 e il 1945 (cioè al culmine della spirale di eventi bellici cui quei comportamenti avevano inesorabilmente e nuovamente condotto a partire dalla seconda metà degli anni Trenta, ed era stata finalmente chiarificata in un suo pur terribile senso dopo il coinvolgimento dell’Unione Sovietica e degli Stati Uniti) le cose andarono in modo totalmente diverso dal punto di vista economico. In effetti, la rivoluzione sovietica non aveva prodotto per reazione soltanto rabbiosa ostilità entro i ceti dirigenti del sistema capitalistico, ma anche pensosa riflessione favorita anche da un livello intellettuale medio decisamente superiore a quello dei ceti dirigenti attuali, o comunque da una più diffusa e percepibile  disponibilità a rendere attivo il pensiero.  Era quindi possibile, e accadde, che il potere dei prestatori di denaro (normalmente incrementato dalle guerre e dalle pubbliche emergenze) fosse sfidato. Le grandi corporazioni bancarie private furono cioè lasciate a bocca asciutta allorché lo sforzo bellico di resistenza delle Nazioni Unite fu alimentato mediante i meccanismi del “Lend-Lease” (“Affitti e Prestiti”) in  cui l’accento cadeva soprattutto sul primo termine e il denaro svolgeva un ruolo piuttosto secondario e residuale.  Il successivo trentennio di incremento di benessere relativamente più diffuso  e relativamente meno inegualmente distribuito che in passato, deve molto di più a quella  decisa scelta, oggi largamente dimenticata, che al molto più celebrato, e molto abbellito, “Piano Marshall”.

 

Il ruolo del denaro (e perciò in particolare il ruolo dell’euro, o comunque dovrà o dovranno chiamarsi i segni monetari dopo il necessario abbattimento delle strutture finanziarie privatistiche e deflazioniste di Francoforte) è insomma  maturo per essere realisticamente (cioè, radicalmente) ripensato. Lungo un tale percorso, o meglio come formidabile barriera eretta di fronte ad ogni tentativo di intraprenderlo, molti anatemi risuonerebbero e molte vesti sarebbero stracciate da chi probabilmente ignorerebbe di riecheggiare gli strepiti che già risuonarono  entro il Tesoro di Londra  e  il ceto politico legato alla City su entrambe le sponde dell’Atlantico nei confronti del “Lend-Lease” e della temuta estensione dei suoi presupposti all’economia del dopoguerra , prima che la guerra fredda intervenisse provvidenzialmente a prevenire tali sviluppi. Si parlerà cioè di barbaro ritorno al baratto, e praticamente di attentato alla civiltà liberale. Così  come del resto si continuerà a voler dimenticare che il sacro tabernacolo dei debiti fu realisticamente e umanamente violato come solo modo di vivere e respirare tanto nel caso della montagna di debiti interalleati generati dalla prima guerra mondiale quanto soprattutto nel caso  dei debiti nominali della Germania nei confronti dei vincitori di quella stessa guerra. Si continuerà insomma a venerare religiosamente il denaro come entità autonoma, dotata di un pregio intrinseco, anziché come uno strumento (pubblico) di misurazione di quanto arrecato e di quanto equamente atteso da ciascuno nei confronti degli altri e della comunità.  Si continuerà a difendere il carattere privato della sua produzione e della sua offerta come garanzia di stabilità e di efficienza. La storia non dice esattamente questo. E il futuro impone di pensare altro, di dirlo, e di sforzarsi di realizzarlo.

 

Raffaele D’Agata



Categorie:Uncategorized

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