Non è tecnica: è scelta

Senza riconoscere la fonte delle incrostazioni tossiche che hanno reso irriconoscibile il Parlamento voluto dai padri costituenti, i meglio intenzionati sostenitori del sì lo vogliono buttare definitivamente.

La politica non è una scienza esatta. Non è pura tecnica, anche se  di questa spesso si serve. La politica è mediazione continua tra il bene e l’utile, rispettosa della reciproca autonomia delle due sfere, dove comunque la proporzione tra i due elementi non si troverà mai prescritta da alcun possibile manuale: sicché può ben accadere che cospicue dosi di apparente disutilità (entro limiti) siano da accettare come costo per una scelta d’amore e di verità, ossia per ciò che si è e si vuole contro ciò che non si è e non si vuole. Quelle anime belle (almeno e comunque tali, si può e si vuole credere) che alla fine dello scorso secolo vollero affidare ai politologi (e, peggio ancora, ai tribunali) il risanamento di mali che soltanto una politica coraggiosa, rinnovata e rivoluzionaria, avrebbe potuto e dovuto risolvere, si trovarono così ad avviare un processo che finì soltanto per umiliare e alterare, rendendola arida e irriconoscibile, la democrazia più bella, e la più promettente, che finora sia conosciuta: e proprio perciò la più tragicamente costretta a lottare contro terribili nemici interni ed esterni (di fronte ai quali, allora, di fatto abbassò le armi). Il 21 settembre saremo di fronte all’ultimo atto di questa terribile storia. E dovremo scegliere, in esso, tra il ruolo di spettatori rassegnati, o quello di protagonisti.

Gli argomenti tecnici portati a favore del drastico taglio del numero dei parlamentari approvato da tutti i partiti di sistema, ed ora sottoposto all’approvazione da parte del corpo elettorale, suonano spesso suadenti nel loro asettico e astratto schematismo: almeno, certamente, quelli che non sono animati da rozzo narcisismo antipolitico ma da intenzioni soggettivamente non ostili alla democrazia. Come ipotesi di scuola, riferibili a un paese X in un’epoca Y, possono talvolta suonare ineccepibili.

Ma il senso reale della scelta è dato dalla reale situazione della reale Italia del 2020. Qualunque cosa si possa dire delle tecniche di cui si propone l’applicazione, ciò che decide circa la posizione da prendere è la loro funzione effettiva nel contesto dato, in relazione all’alternativa tra il suo rafforzamento o il suo cambiamento.

Le caratteristiche dell’attuale contesto,ossia del sistema vigente, che impongono la necessità di cambiarlo come fondamentale criterio di decisione, consistono in una massiccia sottrazione di poteri e di diritti  alla comunità popolare (già direttamente attiva attraverso sue articolazioni, e attraverso corpi intermedi  tra sé e le istituzioni in quanto necessarie “forme e limiti” che rendano infine possibile l’esercizio della sua sovranità), a favore di autorità orientate a rispondere prevalentemente a interessi ristretti e forti (resi tali in primo luogo da ricchezza privata) e messe in condizione di farlo in modo permanente proprio dalle caratteristiche alterate del sistema politico. Ciò corrisponde a una gigantesca trasformazione, avvenuta globalmente alla fine del secolo scorso, come risultato  di una formidabile e spietata lotta di classe vinta da tali interessi a livello globale. In questa situazione, il parlamento disegnato dai padri costituenti,  numeroso in quanto originariamente concepito come  vicino alla comunità popolare rappresentata in modo capillare (“specchio del paese”, insomma,  secondo la felice espressione di Togliatti) sopravvive ricoperto di non gradevoli e  tossiche incrostazioni, depositate dall’ambiente alterato. Ciò accade specialmente per opera di processi di formazione (in particolare costituiti dalla serie delle leggi elettorali truffa)  che sono da riconoscere come processi di selezione verso livelli bassi di qualità, come strumenti di garanzia a favore delle autorità di fatto. Risulta normale che ciò comporti anche aspetti di degrado morale, che i meglio intenzionati mettono correttamente in evidenza, insistendo tuttavia nell’invocare lo stesso genere di rimedi (in questo caso, specificamente, la politologia, e poi ancora sempre i tribunali) che già hanno ampiamente rivelato di essere controproducenti.

Sono dunque le incrostazioni tossiche che devono essere rimosse, insieme con l’ambiente che le produce,o lo è quella permanenza pur soffocata e incrostata? Questa è la scelta cui siamo messi di fronte. Questa è la ragione per dire no.

Raffaele D’Agata

 

 



Categorie:Uncategorized

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