L’uomo Biden e la questione americana

Le strade possibili per uscire veramente dalla cinquantennale crisi della civiltà americana sono tutte strade che mettono in discussione la diffusa e in gran parte arbitraria identificazione tra moderatismo e realismo.

L’uomo Joe Biden è migliore dell’apparato di potere che ha promosso la sua ascesa alla candidatura presidenziale e quindi alla Casa Bianca, e verosimilmente questo ha molto incoraggiato tutti coloro che hanno scelto di raccogliersi intorno a lui come ultima barriera contro il micidiale miscuglio di brutalità, cinismo, e bassa demagogia, che minacciava definitivamente di riplasmare la civiltà nordamericana ricacciando quasi nelle catacombe tutti i fermenti autenticamente democratici che essa comunque contiene nella sua natura complessa e contraddittoria. I possibili esiti della crisi di quella civiltà restano dunque aperti, e si può registrare un temporaneo rallentamento nell’accumulazione di fattori negativi.

Resta una pesante quantità di tali fattori, che operano da alcuni decenni e si ripercuotono a largo raggio data la persistente capacità di influenza globale degli Stati Uniti. Il più determinante di questi è lo scarto tra potenza militare e salute economica, che perdura ormai da mezzo secolo essendo colmata sempre più affannosamente e disastrosamente (per tutti) da un’accentuata e determinante efficacia del primo elemento. Se cioè gli Stati Uniti non fossero potenti e temuti, nella perdurante assenza di razionali riforme del sistema economico e finanziario globale la loro capacità di rastrellare a credito ricchezza mondiale senza necessità di rendiconti e mediante remunerazioni puramente fiduciarie verrebbe meno. Gli stratagemmi escogitati mezzo secolo fa per sostenere questa impalcatura, e da allora estesi a modulare tutto l’insieme  della vita economica del mondo attraverso una serie di ripercussioni, sono a loro volta causa delle enormi disuguaglianze e delle povertà diffuse che caratterizzano oggi la civiltà americana e gran parte dei paesi e delle società che risentono della sua influenza, essendo basati sull’assoluto rispetto del capriccio dei clienti del Tesoro imperiale (e dei forzieri pubblici interagenti con questo) e su un forte declassamento pressoché di tutte le altre ragionevoli esigenze.

Essendosi definitivamente garantita un assoluto predominio nella concorrenza globale per l’accesso al capitale mobile attraverso la vittoria nella guerra fredda, tra la fine del secolo scorso e l’inizio di questo il ceto dominante negli Stati Uniti seppe vendere con successo un’immagine del proprio potere come corrispondente a una universale diffusione di uguali opportunità per tutti coloro che avessero risorse ed energie sufficienti per giocare al tavolo  della ricchezza e del suo incremento attraverso i continenti. Tutto questo ricevette il nome di globalizzazione, proprio mentre l’uso dispiegato e spietato della potenza militare – applicato direttamente o meno alla necessità di rimediare ai contraccolpi di ciniche e oscure manovre effettuate nell’ultima fase della guerra fredda -mostrava la reale natura del processo. La crisi finanziaria globale del 2008, e le conseguenti ripercussioni a catena, misero in seria difficoltà la tenuta dell’equilibrio di consenso sul quale tutto ciò si reggeva, e questo spiega l’improvvisa e vertiginosa crescita di un consenso social-nazionale, tradizionalista, identitario, e para-fascista, come quello che ha instaurato e sostenuto la presidenza di Donald Trump.

Dove tutto ciò avrebbe potuto portare, se fosse proseguito, è difficile dire, e forse è meglio non pensare. Se è vero che il trumpismo ha esercitato attività belliche ridotte rispetto alle precedenti amministrazioni (tanto repubblicane quanto democratiche) nei rapporti con l’ex Terzo Mondo (evidentemente in base a un cinico calcolo di rapporto tra costi e “benefici”), è anche vero che la conflittualità nei confronti di altre maggiori potenze, cominciando con la Cina, era arrivata a un livello sempre più preoccupante.  Una domanda da porsi ora riguarda il modo in cui la nuova amministrazione democratica si distinguerà dalle precedenti a questo riguardo. I  precedenti non sono incoraggianti. Nel 2011 Barak Obama deluse pesantemente, astenendosi da un freno al banditismo esercitato e scatenato dalla Francia in Libia (diversamente da quanto perfino Eisenhower e Dulles seppero fare nel 1956). E lo stesso Biden porta la pesante responsabilità di un voto favorevole (tardivamete auto-criticato) in occasione del banditismo esercitato dagli Stati Uniti in Irak nel 2003.

Quanto alla capacità della nuova amministrazione di dare un minimo di sviluppi coerenti al suo proposito di ridurre la povertà e le disuguaglianze all’interno degli Stati Uniti, non resta che attendere, al di là degli auspici.  La cinquantennale crisi della civiltà americana cominciò proprio con la constatata impossibilità di tenere insieme guerra esterna e benessere interno, si complicò successivamente con svariate acrobazie rivolte a sostenere artificialmente minime parvenze del secondo elemento dopo l’alleanza strategica e privilegiata con la finanza globale (e il conseguente terremoto del 2008), e da allora si trascina. Le strade possibili per uscirne veramente sono tutte strade che mettono in discussione la diffusa e in gran parte arbitraria identificazione tra moderatismo e realismo.

Con un Congresso ancora alla mercè di maggioranze conservatrici, e con una Corte suprema sempre più retriva e sempre più simile a un’istituzione monarchica,  sarebbe ardito attendersi dall’amministrazione Biden la reintroduzione di qualcosa di simile al Glass-Steagall Act (abrogato dal ”democratico” Clinton) , e una significativa riduzione del Bilancio del Pentagono. Gran parte dei suoi elettori  lo può comunque pretendere, con la solidarietà di tutti noi.

Raffaele D’Agata



Categorie:Uncategorized

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