Normalizzazione preventiva

Ciò che accade non ha niente di inspiegabile. Si sta semplicemente cominciando dall’Italia per assicurare che il dopo-peste sia uguale all’ante-peste, o peggiore.

La caduta del governo italiano presieduto da Giuseppe Conte non ha avuto niente di stravagante, né di capriccioso, né di difficile da spiegare (come tanto si è detto). Piuttosto, è stata la prima prova, con i caratteri che lo sgangherato scenario politico italiano di oggi poteva offrire, di operazioni molto serie (e gravi)  che riguardano la preservazione  della struttura presente del  sistema-mondo sotto i colpi della Grande Pestilenza. Dal punto di vista dei ceti dominanti a livello globale, la sfida consiste nell’assicurare che qualunque deroga alle regole e ai principi che essi proclamano e dettano restino provvisorie oltreché limitate, e siano comunque seguite dalla loro riaffermazione anche più dura una volta che la tempesta sia cessata. Le mosse del bizzoso e bizzarro protagonista della vicenda sono chiarissime in questo senso, tanto sul piano sostanziale quanto sul piano simbolico.

Sostanziale ‒ e decisivo ‒ è il carattere della principale pretesa di costui, cioè che l’Italia proceda a richiedere l’attivazione a suo riguardo del Meccanismo Europeo di Stabilità recentemente riformato in senso ancora più cogente e condizionante. Come è noto, l’accesso ai prestiti raccolti e organizzati entro tale meccanismo è condizionato a preventive misure da parte del paese richiedente specialmente qualora (come appunto è il caso dell’Italia) questo non presenti conti “in ordine” dal punto di vista delle regole dettate e vigenti. E tali misure consistono nell’esatto contrario di ciò che è giusto e sensato volere di fronte alle distorsioni rivelate dalla pandemia in Italia (non troppo più, del resto, che nell’insieme dei paesi oggi più rigidamente retti dalle regole del capitalismo globale contemporaneo): l’opposto, cioè, della costruzione di un sistema sanitario pubblico e universale, di un’ampia offerta pubblica di occupazione legata a scelte pubbliche circa obiettivi e bisogni comuni, di un sistema di diritti e garanzie per il lavoro, e di un’incisiva ed estesa pubblicizzazione di settori chiave della produzione e del credito. Per quanto lontano da ciò (naturalmente) il governo caduto si trovasse, tentennamenti di qualunque serietà e di qualunque genere (riconducibili alle caotiche, incoerenti  e velleitarie inclinazioni del movimento grillino) non erano tollerabili, e dovevano essere prevenuti  e stroncati sul nascere.

Da un punto di vista solo parzialmente simbolico, poi, segnali chiari sono la sfida lanciata del Rottamatore Seriale circa il controllo dei  Servizi segreti e la sua sconvolgente visita in Arabia Saudita proprio mentre la crisi di governo  si stava svolgendo. Due segni, del resto, che sono collegabili tra loro. Il primo riguarda infatti l’intangibilità di connessioni  euro-atlantiche delle quali, al di là degli abbellimenti retorici, il nostro paese conosce bene una lunga storia di stretta interrelazione con la politica sommersa. Il secondo riguarda il ruolo chiave che  la neo-teocrazia e il neo-feudalesimo (nel senso translato ma efficace che il termine assume nella tradizione democratica)  ricoprono ormai da mezzo secolo nella restaurazione post-democratica di una forma di capitalismo globale che riproduce aspetti delle fasi più pure (e brutali) della sua storia.

Tutto ciò ha luogo entro un sistema politico e istituzionale di cui il recente azzoppamento della rappresentanza  parlamentare ha accentuato e quasi fatto precipitare la lunga e strisciante mutazione in senso post-democratico. Ciò sollecita in modo difficile e grave la resistenza democratica e la connessa opposizione antisistemica. La priorità di questa, oggi, appare consistere nel radicarsi nella società  così da collocarsi di fronte al vuoto e squallido scenario delle consorterie spacciantisi per partiti che dominano il proscenio pubblico come soggetto ricostruttore della dimensione del partito di popolo (e, specificamente, anche di classe).

Lo spazio disponibile è ampio. È infatti quello lasciato vuoto o comunque permeabile da un lato (ormai da anni) per effetto dell’irrimediabile perdita di credibilità e di rilevanza della sinistra detta “radicale” durante gli anni della cosiddetta “seconda” repubblica non coerentemente contestata nella sua illegittimità, e dall’altro per effetto della sempre più evidente evanescenza della bolla comparsa e cresciuta negli anni Dieci (anche in relazione con il primo fenomeno) inizialmente dietro l’appello di un attore comico e di uno stravagante mago della turbo-informatica. Né sembra da trascurare una parte almeno (la meno corrotta) dell’irritazione diffusa entro ceti e situazioni sociali di carattere anche popolare verso una retorica di buone maniere e di melliflui abbellimenti che la disprezza riservandole  il sempre meno comprensibile e sempre più fumoso epiteto di “sovranista”.

Sia dunque lecito, data la coincidenza di questi eventi (e di questo tentativo di interpretarli) con gli ultimi giorni della campagna nazionale di adesione a un movimento politico giovane  e promettente, che ha rivelato e sta rivelando capacità di connettere il patrimonio storico del movimento operaio e democratico con il risveglio di una nuova generazione, affermare l’esigenza che questa realtà sia rafforzata da un crescente numero di adesioni.  Creare e organizzare potere popolare è la prima esigenza di questa fase.  “Potere al popolo!” c’è per questo, e dovrebbe esserci sempre di più, sempre più numeroso nei suoi ranghi.

Raffaele D’Agata



Categorie:Uncategorized

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