E a voler suo decide

Al di là del contenuto, buono, o più spesso ed essenzialmente cattivo, le notificazioni comunicate da Draghi manifestano un cambiamento di regime. Non è troppo tardi per opporsi (e comunque si deve); ma un po’ lo è.

Nella conferenza stampa del 2 settembre 2021, il capo del governo ha dato due messaggi distinti. Uno ha riguardato la gestione di questa fase della pandemia, ed è stato rassicurante e condivisibile quanto alla sostanza (tenere l’ombrello chiuso quando piove soltanto perché anche gli avversari lo fanno non è un buon metodo di lotta). L’altro è che nessun dissenso parlamentare (quale che sia la sostanza) potrà farlo cadere: vale a dire, che è accaduto qualcosa per cui consensi e dissensi hanno valore puramente simbolico. Che la forma di governo, insomma, è definitivamente cambiata.

Resta scritto, certamente, che “la sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti stabiliti dalla Costituzione”, ma la Costituzione è stata logorata, slavata,  (e qua e là anche lacerata, formalmente e di fatto), quanto basta per rendere tali forme e tali limiti ben altro rispetto a ciò che era originariamente  concepito, e rendeva questo paese una reale democrazia (molto tempo fa, ormai). La sovranità popolare, cioè, tende a risolversi nel redistribuire periodicamente il peso marginale di punti di vista a loro volta marginali in un parlamento frattanto miniaturizzato (e con ciò allontanato dalla società in cui dovrebbe avere estese radici). A sua volta  il governo ascolta se vuole (e se vuole interroga) tali punti di vista, e a voler suo decide. O, più esattamente, decide secondo il volere dell’autorità effettiva, sistemica, di cui è espressione: un’autorità che non è prodotta dalla democrazia ma piuttosto dalla neutralizzazione di questa, ridotta a simulacro rituale.

Di fronte a ciò l’opposizione democratica e costituzionale, e soprattutto antisistemica, ha compiti difficilissimi proprio mentre nelle sue varie forme si trova frantumata e dispersa, dotata adesso di scarsissime risorse  onde fare breccia attraverso regole elettorali costruite per escluderla dal gioco. La sua capacità di raccogliere voti cominciò una caduta vertiginosa  circa quindici anni fa, e proprio in relazione con una sua rinuncia a lottare contro tali regole. Fu nel 2006,  infatti, che il Partito della Rifondazione Comunista, a quel tempo ancora piuttosto forte, commise l’incomprensibile e ingiustificabile peccato che distrusse irreversibilmente la sua credibilità come portatore di alternative: quando cioè si acconciò a frequentare le stanze del governo dopo elezioni svolte sulla base di regole gravemente illegittime, fino a investire il suo massimo dirigente del pomposo ruolo di presidente di uno dei due rami di un parlamento illegale. I Prodi e i Veltroni ebbero cioè un aiuto gratuito proprio quando si aveva il potere di stabilire il prezzo, né si pensò che il prezzo non doveva essere per allora né più né meno che l’immediata abrogazione di una legge elettorale infame e il rispetto dello spirito della Costituzione mediante il ritorno al sistema proporzionale da applicare in immediate nuove elezioni corrette e legali.

Seguì, dalle elezioni anticipate del 2008 in poi, una storia di clamorosi insuccessi elettorali di “cartelli” di sigle costruiti mediante negoziati tra stati maggiori senza esercito, fino al caso particolare delle elezioni generali del 2018, le quali, caratterizzate dal clamoroso picco di esasperati consensi verso l’ambigua demagogia grillina, coincisero comunque  (con qualche inevitabile confusione) con l’apparizione di una vitale e promettente novità, ossia della proposta di rinascita e nuovo inizio lanciata dai giovani di “Potere al popolo!”. Nata certamente in occasione di elezioni, ma (dal punto di vista di quei giovani) non essenzialmente per le elezioni, e offerta come via di riscatto allo stesso personale politico di ormai logori partiti della sinistra detta “radicale”, quella proposta fu proprio da questi sostanzialmente intesa piuttosto come l’ennesimo cartello: sicché, l’inevitabilmente mancato superamento, intanto, della soglia di sbarramento, li indusse a considerare chiusa l’esperienza e perciò a sottrarsi ancora più fermamente all’invito.

“Potere al popolo!” ha continuato da allora ad esistere e svilupparsi senza di loro. Nell’imminente tornata di elezioni amministrative riguardanti le maggiori città italiane, anima attualmente proposte politiche costruite intorno a programmi, cui talvolta loro personale politico non ha trovato giustificabile non concorrere, mentre talvolta ha reso inevitabile la distinzione. I risultati diranno qualcosa circa il problema politico chiave di questa fase, ossia il vuoto aperto dalla clamorosa delusione di sentimenti popolari già confluiti nel produrre l’effimero trionfo grillino del 2018. Può non essere ancora tempo. Ma anche in questo caso la strada, per quanto lunga e difficile possa rivelarsi, è chiaramente riconoscibile.

Raffaele D’Agata



Categorie:Uncategorized

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