Pensare politica nella lunga Restaurazione

Per tenersi oggi comunque nel posto giusto, e per volere comunque ostinatamente le cose giuste, abbiamo bisogno di sereno pessimismo della ragione, ma soprattutto di pensieri lunghi riguardanti processi di lunga durata.

Gran parte delle discussioni suscitate da due importanti aspetti delle recenti elezioni locali in Italia – da un lato,cioè, la bassissima affluenza alle urne, e prima ancora i risultati piuttosto deludenti conseguiti da liste e candidature pur dotate di ottime ragioni ‒ può difficilmente portare a qualcosa che veramente aiuti se non facciamo riferimento a processi di lunga durata. Ciò comporta muovere innanzitutto dalla semplice constatazione che la rilevanza e l’efficacia delle idee socialiste nello spazio pubblico organizzato entro i maggiori paesi capitalistici non erano mai state globalmente così basse come oggi, se non nel periodo che va dalla sconfitta della Comune di Parigi allo sviluppo dei partiti della Seconda Internazionale. Il precedente può essere visto sia come triste, sia come incoraggiante e soprattutto stimolante, a seconda della direzione in cui lo si osservi.

Nel caso italiano, che appare da tempo come uno dei più gravi a dispetto di una storia ben diversa e nemmeno troppo lontana nel tempo, le spiegazioni più comuni chiamano in causa debolezze di carattere organizzativo che a loro volta vengono piuttosto messe in relazione con il principale oggetto di critica e di polemica, cioè con la grande frammentazione di strumenti organizzativi concorrenti. Questo genere di narrazione dei fatti sembra dare per scontato che idee socialiste siano oggi comunque abbastanza chiare e condivise quanto al loro significato presente e alle scelte che comportino, anche se piuttosto poco sembra confermarlo. Inoltre, l’aspetto culturale dell’egemonia palesemente esercitata oggi in nome degli interessi del capitale non sembra attirare altrettanta attenzione per essere adeguatamente analizzato, criticato, e (naturalmente) combattuto. Va da sé che ogni proposito di acquisire influenza penetrando e condizionando la “sinistra” del sistema politico stabilito potrebbe essere preso in considerazione (a parte molte altre cose) soltanto se un tale problema di autonomia culturale non esistesse o fosse risolto.

Eppure, la forza della cultura egemone sembra consistere molto più in efficacia di mezzi di comunicazione che in coerenza di argomenti. Poggia, in effetti, su una contraddizione di fondo. Sebbene cioè si dedichi da tempo con un certo successo ad escludere il concetto di rivoluzione dalle categorie razionali del Politico, essa costituisce l’ideologia di un ciclo sistemico che ebbe origine proprio da una radicale cesura – l’ultima che vi sia stata finora nel processo di umanizzazione e specificamente nella storia moderna del sistema-mondo ‒ piuttosto che da qualche genere di processo evolutivo. Molto sforzo comunicativo appare praticato (certamente con successo, finora) per vendere l’idea che tutto vada evolvendo  normalmente e fisiologicamente in modo lineare e continuo, obbedendo sempre prima o poi (salvo scarti apparentemente traumatici ma alla lunga poco significativi) a necessità oggettive: come quelle, appunto, che ormai renderebbero il capitalismo ineluttabile e insuperabile. E forse uno sforzo così grande, sorretto da una grande, variegata e capillare rete di comunicazione peraltro molto concentrata a monte, è reso necessario proprio dal bisogno di mettere in ombra o almeno rendere politicamente irrilevante la nozione scientifica che la storia umana è scandita da nette, radicali e profonde cesure.

La più recente cesura, all’origine del ciclo presente, si colloca negli anni Settanta del secolo scorso. Ciò che la causò fu l’esaurimento di molti decisivi fattori dell’equilibrio sistemico precedente, i quali a loro volta erano stati generati trent’anni prima innanzitutto dalla politica (e non da processi evolutivi anonimi) in quella che era stata una ricomposizione del sistema-mondo già dissolto e lacerato da violenti scosse per effetto delle contraddizioni imperialistiche esplose nei primi anni del Novecento al culmine della prima globalizzazione capitalistica. Ma se la crisi degli anni Settanta del Novecento costituiva una oggettiva e inevitabile cesura, non altrettanto inevitabile era la posizione raggiunta nel successivo salto, né quindi il percorso da qui seguito. Piuttosto, l’una e l’altro furono il risultato di uno scontro in cui qualcosa ebbe la meglio e qualcosa ebbe la peggio. Questo è ciò che si trova anche riassunto nella nota diagnosi formulata da un ricco magnate con la semplice frase: “la lotta di classe esiste, e siamo noi che l’abbiamo vinta”. Sta a noi riuscire ad aggiungervi credibilmente un “per ora”.

Le strutture portanti del nuovo ciclo in cui tuttora ci troviamo furono edificate attraverso operazioni politiche e precisamente soprattutto geopolitiche (anche di carattere più o meno direttamente bellico). Esse consistettero essenzialmente in una rifondazione restaurativa di convenzioni a lungo classiche, ma parzialmente e abbastanza efficacemente trasgredite dopo la seconda guerra mondiale, quanto alla produzione del denaro, ai suoi modi di funzionare, e alle sue stesse funzioni, o scopi. Non casualmente, un secondo fondamento iniziale dell’operazione restaurativa atteneva alla valorizzazione e alla gestione delle fonti di energia necessarie alla produzione materiale dell’esistenza sociale degli esseri umani. In questo secondo campo, in effetti, le cose non erano troppo cambiate dopo la seconda guerra mondiale, malgrado importanti progetti innovativi di cui una coalizione di interessi conservatori era riuscita in questo caso a impedire lo sviluppo, trionfando poi definitivamente attraverso la guerra fredda: ciò che appunto, nella crisi degli anni Settanta, costituì per loro una leva preziosa e risolutiva al fine di liberarsi anche delle riforme che avevano dovuto in qualche modo subire in precedenza.

L’equilibrio sistemico instaurato dopo la cesura degli anni Settanta del Novecento ‒ come risultato dei conflitti sociali, ideologici e geopolitici che caratterizzarono quel decennio ‒ consisteva e consiste tuttora in una Restaurazione, nel pieno senso di questo termine in quanto usato per definire storiche rivincite di formazioni sociali e culturali dominanti, già temporaneamente scalzate da radicali cambiamenti. L’elemento chiave, in questo caso, era costituito dal ritorno in vigore del secolare patto tra detentori del potere e detentori del denaro che durante lo sviluppo della civiltà moderna permetteva ai primi di essere riforniti di denaro per i loro bisogni caratterizzanti (cioè innanzitutto per quelli di natura più o meno direttamente militare) in cambio di piena delega ai secondi quanto alla sua produzione in varie forme, nonché soprattutto di protezione tanto nei conflitti d’interesse tra i loro diversi raggruppamenti quanto nei conflitti sociali che potessero minare il voluto carattere preliminarmente comunque scarso e pregiato della moneta. Quel carattere, appunto, che l’intero apparato del regime di Maastricht imposto ai popoli europei ha il compito di preservare ad ogni costo, oggi, nel quadro di un sistema di regole o meglio non-regole instaurato mediante il ritorno al patto secolare tra denaro e potere che salvò il  dominio mondiale esercitato in nome degli Stati Uniti e lo rese capace di sopravvivere tanto alla sconfitta in Vietnam quanto al venire meno dei fondamenti reali e strutturali del primato economico yankee.

Le profonde trasformazioni della politica che accompagnano questi caratteri strutturali del nostro tempo non sono facili da comprendere e spiegare in tutti i loro aspetti. Innanzitutto, comunque, può essere utile osservare che il globale conflitto di classe comportato da quella operazione restaurativa , pur avendo avuto aspetti ed episodi molto duri, ebbe e riveste tuttora taluni decisivi aspetti “morbidi” capaci di deviare i suoi effetti e dissimulare il suo contenuto. Parallellmente alla massiccia sostituzione di imposte con indebitamento a favore dei detentori di ricchezza privata, cioè, la sostituzione di salario con relativamente facile accesso al credito costituiva un efficace analgesico nei confronti di ampi settori delle classi popolari, e ciò non era che uno dei lati strutturali di un esercizio di influenza egemonica fondato su una apparentemente maggiore offerta di opzioni più o meno virtuali e una apparentemente minore richiesta di prestazioni in vari campi (anche se non proprio nei luoghi e nei tempi di erogazione del lavoro) avente  come destinatari individui isolati ed opportunamente illusi di essere comunque padroni di sé mentre perdevano il potere derivante dalla comunità solidale.

Sta di fatto che, nel nostro tempo, i grandi partiti popolari o sono letteralmente spariti o si sono trasformati fino a diventare quasi irriconoscibili specialmente proprio dove più avevano influenzato la civiltà nel precedente ciclo (il caso italiano si presenta addirittura sconvolgente). Lo spazio politico è attraversato dal movimento tanto vertiginoso quanto scarsamente incisivo di instabili e cangianti aggregati di atomi che la comunicazione pubblica prodotta e controllata dal blocco sociale egemone, alquanto beffardamente, insiste tuttavia a narrare secondo uno schema binario, cercando ovviamente anche di costringerlo di fatto entro un tale schema. Una gigantesca rivoluzione tecnologica iniziata verso la fine del Novecento contribuisce certamente a dare coerenza a questo insieme di fenomeni, avendo sconvolto e modificato profondamente forme e contenuti della comunicazione interpersonale e avendo spogliato la produzione materiale dell’esistenza umana di gran parte del suo carattere sociale (e socializzante). In modo alquanto paradossale (ma in definitiva comprensibile) la coscienza di classe si rafforzava (e si presentava con abbastanza largo successo come paradigmatica) negli strati sociali superiori e vincenti, mentre si indeboliva e quasi scompariva nella sempre più frammentata moltitudine dei perdenti.

Un tale complesso coerente di fenomeni economici, sociali, e culturali, sta rivelando una notevole capacità di resilienza malgrado tutto. Basti pensare a come la crisi globale del 2008, pur essendo largamente assimilabile a quella del 1929 quanto ad origine ed effetti, non ha prodotto alcuna delle reazioni democratiche e riformatrici che (avendo dovuto certamente scontrarsi con altre di segno opposto in una lotta mortale) comunque intaccarono profondamente per qualche tempo l’esistenza autonoma del denaro e il suo primato sull’esistenza umana e la sua storia.

Si può certamente osservare, per contro, che le reazioni democratiche e riformatrici alla crisi degli anni Trenta del Novecento si svilupparono operativamente dall’interno del ceto dirigente in una parte del mondo capitalistico. Tuttavia sarebbero state impossibili, e restano impensabili, al di fuori di un contesto globale caratterizzato da una rivoluzione vittoriosa carica di effetti diretti e indiretti sull’equilibrio globale delle forze. L’assenza di un tale contesto rende oggi stabile l’equilibrio della Restaurazione in termini di consenso di base tra i diversi settori delle élites dirigenti e di persistente adattamento della maggior parte dei ceti popolari, favorito dalla durevole efficacia di forme morbide di egemonia, da processi di emarginazione e criminalizzazione delle volontà antagonistiche, e da forti e più o meno visibili barriere in entrata nel campo della comunicazione che rendono difficilissima la vita alle buone idee, nella misura in cui ne nascano.

C’è spazio, in tale quadro, per una politica che non accetti le convenzioni e le regole del presente ciclo storico e lavori in vista di una cesura che inverta il suo percorso e recuperi le lezioni, le indicazioni, e le possibilità di ulteriore avanzamento, proprie del ciclo precedente? Si tratta anche di guadagnarlo, e di allargare quel tanto che ne esiste. Comunque, la conoscenza del passato può fornire svariate indicazioni, e tra queste due sembrano preliminari. La prima è che uno sfondamento verso l’interno del sistema politico stabilito non può costituire né la regola né l’indicazione attualmente valida, ma non deve essere escluso per sempre in modo pregiudiziale (avendo auto una realizzazione quasi riuscita recentemente in Gran Bretagna, e una importantissima e largamente riuscita negli Stati Uniti negli anni Trenta del secolo scorso). La seconda, ancora meno incoraggiante a prima vista, è che lo strappo e la cesura alla base del ciclo presente non furono effetto di discussioni e di persuasione ma di mosse durissime di politica di potenza effettuate con strumenti di soverchiante potenza diplomatica e militare. Strumenti di questo genere non sono nelle nostre mani, e non è detto che sia auspicabile averne, o avervi consuetudine. Può essere nelle nostre mani, tuttavia, la possibilità di impedire o rendere molto difficile il loro uso da parte dell’avversario, il che non è proprio l’equivalente ma vi si può avvicinare.

Raffaele D’Agata



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