Attesa ancora: una Riforma cattolica

La soluzione della crisi di senescenza e di consistenza numerica della Chiesa cattolica “non viene da una riforma”, scrive Andrea Riccardi, rischiando purtroppo di interpretare aspetti importanti delle complesse idee di Bergoglio.

di Raffaele D’Agata

Per riconoscere e descrivere la forma della civilizzazione dell’Europa del XXI secolo, due immagini sembrano dire o suggerire elementi piuttosto importanti. Una è l’immagine della cattedrale parigina di Notre Dame in preda a fiamme devastanti il cui senso (naturalmente) può essere inteso come prevalentemente simbolico, e tuttavia anche proprio come segno e rivelazione di una certa sua solitudine nella città. L’altra, molto meno simbolica, e soprattutto diffusa e permanente, presenta chiese le cui porte restano chiuse spesso anche la domenica: chiese senza prete, o tra le quali preti sempre meno numerosi dividono sporadicamente la loro presenza. Sono le immagini che uno degli intellettuali più organici e vicini, da tempo, ai gruppi dirigenti della Chiesa cattolica, cioè Andrea Riccardi, mette in primo piano nel discutere i suoi attuali problemi (Andrea Riccardi, “La Chiesa brucia?”, Laterza 2021).

Riccardi non si risparmia di considerare la liceità di ipotesi comparative di natura estrema: anche l’Unione Sovietica (e il mondo comunista organizzato intorno al suo potere o comunque riferito ad esso) sembravano cioè costituire realtà incrollabili fino alla quasi immediata vigilia del crollo e della sparizione. Né si astiene, dopo avere onestamente e impietosamente annotato e riportato le cifre di ciò che si presta comunque ad essere percepito come un declino (ossia particolarmente le cifre dell’invecchiamento e della vertiginosa contrazione del numero dei preti) dal citare studi sociologici secondo le cui proiezioni l’ultimo battesimo potrebbe essere dato verso la metà di questo stesso secolo in una Francia allora ormai definitivamente priva di preti (o almeno, per il momento, di preti francesi o comunque europei).

Le alternative possibili? Un aspetto essenziale e caratterizzante del modo in cui Riccardi cerca di rispondere a questa domanda si incontra in pochissime parole che spuntano quasi improvvisamente (ma non troppo, se non per lettori poco attenti) proprio in una delle ultime pagine: “la soluzione non viene da una riforma”. E ciò riflette proprio il giudizio di fondo che ha orientato la storia della Chiesa cattolica dal papato di Giovan Battista Montini in poi, ossia che lo sviluppo e l’attuazione del Concilio voluto da Roncalli dovesse fermamente restare al di qua di una Riforma, ossia finalmente di una Riforma cattolica tale da comprendere e oltrepassare, al di là dei suoi limiti e delle sue contraddizioni, quella luterana (anziché puramente negarla e combatterla).

I tre milioni di persone accorse a Roma nei giorni del funerale di Karol Wojtyla (continuando un po’ a parlare con il linguaggio delle cifre) sono, del resto, un altro polo del complesso di sviluppi da interpretare, e proprio gli anni di Wojtyla costituiscono per Riccardi una somma di esperienze tali da richiedere una “rimeditazione” in funzione della “incidenza del cristianesimo nella storia” (e, si lascia comprendere, non precisamente in senso critico). Ebbene, la misura in cui il cristianesimo, in quanto letteralmente promosso da Roma, abbia avuto effettiva influenza sulla storia di questo secolo, può essere rilevata oggi nella disperazione e nella morte tra le onde del Mediterraneo, nella permanenza e nell’ingrandimento di blocchi d’alleanza militare esclusivi e ostili, nei fili spinati e nei progetti di muri contro i disperati che costituiscono il panorama dell’Oriente europeo “liberato” dal papa polacco. Su ciò, uno studioso rigoroso e giustamente apprezzato per tanti suoi contributi, come Riccardi, dovrebbe spiegare ancora molto.

Sarebbe forse troppo impietoso sia paragonare la marea di folla ai funerali di Wojtyla con le immagini dei festeggiamenti per il quarantesimo anniversario della DDR, sia ripetere le parole, più o meno consapevolmente riferite a sé stesso, pronunciate da Gorbaciov in quella occasione (“chi arriva tardi, la storia lo castiga”). Certamente, nell’Europa di oggi sembrano esserci più papa-boys di allora attualmente scorrazzanti tra movimenti pro-vita non sempre caritatevoli o gentili, raduni no-vax, movimenti di difesa dell’identità inscindibilmente nazionale e “cristiana” con ogni mezzo e con rosari esibiti da palchi elettorali (e così via) che nuovi preti: né nuovi anche solo come ripetizione (e non è detto che sia sempre un male), né, soprattutto, nuovi in senso sostanziale.

L’ammissione di persone sposate, o che intendano sposarsi, al sacramento dell’ordine sacerdotale, è per l’appunto il tema solo apparentemente “difficile” che sta oggi davanti alla Chiesa cattolica.  Esso rivela finalmente l’improseguibilità di una regola mai abbastanza chiaramente spiegata, e sistematica fonte di ambiguità,  ipocrisie, e peggio ancora, come quella del celibato; nonché di quella, ancora meno chiaramente spiegata, che vieta alle persone in condizione biologica femminile di presiedere l’eucarestia. Ma questo è proprio uno dei temi su cui gli elementi di continuità con la Controriforma continuano ad apparire più evidenti e la necessità di una vera Riforma cattolica continua ad essere scartata.

Nemmeno Bergoglio corrisponde cioè alla figura del Celestino VI poeticamente e profeticamente evocato  da Adriana Zarri in un splendido libro pubblicato durante il papato di Ratzinger (“Vita e morte senza miracoli di Celestino VI”, Diabasis, 2008), il quale, “dopo l’abolizione del celibato e del cardinalato (abolizione di pura disciplina) decise che era tempo di porre mano alla dottrina”, rendendo viva e operante la distinzione perduta tra la fede e la teologia:  la teologia in generale, e specificamente quella vaticana. (“… E tra i discepoli tante donne pur c’erano, come la Madre, che abbiamo cosi tanto esaltata, e Maria Maddalena, detta anche apostola apostolorum, e il negar loro il sacerdozio è solo un’ipotesi di poi: una supposizione teologica e neanche di grande teologia”. Se non, potremmo aggiungere, un retaggio di secoli e millenni anche e soprattutto precristiani di misoginia, e di secoli di sessuofobia fatta insieme di ambiguo e fascinoso orrore, e di ambigua repulsione.

Con il  rischio, perciò, che anche le pur timide innovazioni di Bergoglio restino parentetiche entro la permanenza delle strutture e delle giustificazioni fondamentali del potere temporale, di molte forme di sacralità mutuate  dal pre-cristianesimo, e degli equivoci di un ”dialogo interreligioso” non abbastanza agguerrito, come tale, di fronte all’evidenza innegabile che le religioni reali (compresa spesso quella cattolica, sebbene oggi ma solo oggi più spesso e più diffusamente perseguitata che persecutrice) sono tra le origini di molti mali reali del mondo presente. 



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