1939? No, 1914

Ripercorrere le strade demonizzanti a senso unico del cosiddetto interventismo democratico, nella tragedia in corso , sarebbe completare definitivamente la catastrofe che incombe.

Raffaele D’Agata

Nel corso degli ultimi tre decenni, il blocco politico-sociale dominante entro il mondo euroatlantico ha praticato la guerra più volte e in modo massiccio come strumento di potere, ed ogni volta ha usato lo schema ideologico di una contrapposizione tra democrazia e dittature; in più, si è servita di equiparazioni con Hitler onde giustificare la necessità di usare lo strumento bellico onde fermare il dittatore di turno e operare un cambiamento di regime nel paese interessato. Il caso dell’irakeno Saddam Hussein e quello del serbo Milosevic sono tipici, per quanto piuttosto diversi.

Una tale narrazione era (e resta) del tutto artificiale. L’Irak baathista, per esempio, era certamente uno Stato-partito retto da un leader più o meno carismatico e comunque inamovibile proprio come una grande quantità di altri nel variegato panorama di quello che era stato a lungo detto “Terzo Mondo” (alcuni dei quali, compreso il suo nonché lui stesso, erano stati occasionalmente alleati degli USA); ma per aggredire e sconvolgere quel paese (senza infine sapervi o volervi instaurare altro che caos e terrore) fu necessario distinguerlo e specificarlo come una gravissima e globale minaccia, mettendo in campo a tale scopo menzogne clamorose ed acclarate. Quanto poi alla Serbia, quando essa venne massicciamente aggredita, alla fine degli anni Novanta, più partiti (troppi perfino, se si considera lo spazio concesso agli ultranazionalisti teorici delle pulizie etniche, già seriamente repressi al tempo della Jugoslavia) vi competevano comunque regolarmente. Lo stesso schema ricorre adesso in modo ufficioso nei canali di propaganda omogenei al blocco politico sociale dominate oggi in paesi come il nostro, non senza echi crescenti anche al di fuori di essi, con riferimento all’attuale leadership della Federazione russa, nel momento in cui questa compie a propria volta azioni di guerra massicce e gravi come quelle appena ricordate: sebbene ciò non corrisponda ancora del tutto alla narrazione esplicita dei dirigenti politici nei paesi euroatlantici (forse con l’incipiente eccezione del britannico Boris Johnson) date le conseguenze apocalittiche che una sua lineare applicazione alla seconda potenza nucleare mondiale comporterebbero in modo difficilmente evitabile.

Trascurando adesso le precisazioni che sarebbero necessarie circa l’asserito carattere dittatoriale del sistema politico interno della Federazione Russa, e i possibili paragoni con diversi modi in cui i processi elettorali risultano controllati e condizionati altrove dal nucleo duro del potere, è sul paragone con la politica mondiale della Germania nazista negli anni Trenta del secolo scorso che conviene soffermarsi per valutare la sua corrispondenza ai fatti. Una prima importante differenza  sta nel fatto che il regime nazista non era giudicato troppo negativamente dalle potenze europee occidentali, e particolarmente dalla Gran Bretagna, prima dell’improvvisa e fino all’ultimo esitante rottura avvenuta nel corso del 1939: diversamente da ciò che accade circa la Russia almeno da tutto lo scorso decennio. Ciò era vero malgrado il secondo e decisivo elemento differenziale, cioè l’ideologia radicalmente e cupamente anti-umana, culla del male assoluto del genocidio razziale, che il animava il nazismo in modo dichiarato, e non è in alcun modo paragonabile alle certamente inquietanti e bizzarre teorizzazioni (variamente dette euroasiatiste, neo-slavofile, e perfino “rosso-brune”), alle quali l’attuale leader della Federazione Russa sembra prestare orecchio non di rado, e soprattutto, purtroppo, in questi giorni.

Queste ultime sono piuttosto equiparabili alle correnti pangermaniste, ideologicamente legate a un’idea di “Sonderweg” o di via speciale di civilizzazione attribuita al germanesimo, presenti nella complessa realtà del Reich Tedesco nei primi anni del Novecento, le quali competevano con altre nell’orientare la sua politica estera e per di più non ebbero un ruolo decisivo nel determinare le dure scelte di un governo (in quel caso, tutt’altro che estremista dal punto di vista ideologico) nel terribile e fatale agosto del 1914: quando, appunto, le presunzioni di innocenza e di innocuità dei suoi rivali risuonavano comunque tanto sonore quanto inconsistenti. Queste considerazioni possono essere utili (anzi, si può dire, indispensabili) se le forze della democrazia, del lavoro e della pace, hanno da evitare smarrimento e dispersione nell’affrontare politicamente le contraddizioni imperialistiche che stanno precipitando nella crisi di questa seconda globalizzazione, così come lo fecero nella crisi della prima all’inizio del secolo scorso. Ripercorrere le strade demonizzanti a senso unico del cosiddetto interventismo democratico di allora, pur nella tragedia, sarebbe una catastrofe.



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2 replies

  1. “Ripercorrere le strade demonizzanti a senso unico del cosiddetto interventismo democratico di allora, pur nella tragedia, sarebbe una catastrofe”.
    Pare che nessuno in Italia si stia ponendo questo problema, tutt’altro, siamo ormai una colonia sotto l’egemonia statunitense.

Trackbacks

  1. Guerra europea e questione russa – Per il partito nuovo

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