Guerra europea e questione russa

Stiamo evitando una “nuova Monaco”? C’è un “nuovo Hitler”? Perché gli storici professionali sono così poco letti, e perché adesso sono tanto silenziosi?

Raffaele D’Agata

Il 24 febbraio 2022 ha avuto inizio ciò che più abbia mai somigliato all’effettivo inizio della spesso ipotizzata e quasi altrettanto spesso deprecata terza guerra mondiale, specialmente se l’attributo “mondiale” continua ad essere riservato allo storico e parzialmente ancora attuale centro del sistema-mondo. Il riferimento alla memoria delle due precedenti (ma su ciò: https://perilpartitonuovo.blog/2022/02/25/1939-no-1914/) è un tema chiave della narrazione pubblica nel nostro paese (che vi è già effettivamente coinvolto dopo la decisione italiana di inviare armi letali ad uno dei due primi Stati contendenti). Le differenze e le somiglianze con ciascuna continuano tuttavia ad essere considerate ed elaborate piuttosto dai leader politici, e da un apparato mediatico che raramente se ne distingue, che dagli storici professionali (in una singolare ripetizione, quasi, del relativo declassamento delle competenze, cui abbiamo assistito in relazione con la pandemia).

Il precedente della conferenza di Monaco del 1938, quando Gran Bretagna e Francia ammisero l’annessione tedesca dei Sudeti anche sotto una minaccia, e il commento di Churchill (“avete voluto la pace a prezzo dell’onore, perderete sia l’onore sia la pace”) sono stati al centro del discorso, e sono stati chiamati a motivare comportamenti largamente diversi in questo insieme di circostanze. Naturalmente, una riduzione della figura di Vladimir Putin, e del genere di sistema politico di cui sta alla guida, al modello rappresentato da Hitler ‒ come entrambi altrettanto ed egualmente protesi a guerre di conquista e marcati da caratteri repressivi e autoritari ‒  è lo stretto complemento di questo.

Nella memoria pubblica, i fatti storici vengono comprensibilmente stilizzati, di solito, e ridotti a una loro essenza più conforme a quanto giustifichi e fondi un’identità e un senso di sé, proprio come avviene in quella individuale; e tale riduzione a un’essenza può essere sostenuta ed accolta, oppure no, secondo scelte di valore condivisibili o no: così accadde (e fu in parte accettabile) per il Risorgimento, e così è accaduto (e “deve” continuare ad accadere, per la Resistenza). Nel caso di “Monaco”, non c’è stato e non c’è un solo modo di effettuare l’operazione ma conviene soffermarsi su quella più ricorrente. E particolarmente in relazione con questa, è importante mettere in evidenza come, allora, i governi delle due potenze europee non effettuarono l’operazione troppo malvolentieri ma specialmente la Gran Bretagna la effettuò nel quadro di una strategia di possibile revisione del punitivo Trattato di Versailles (già negata alla Germania democratica e ammessa ora non casualmente per quella nazista), pensata originariamente in relazione con il mondo coloniale (qui in qualche modo anche interdetta o procrastinata politicamente da Mussolini tra il 1935 e il 1936 con mezzi molto violenti e fatali), ma facilmente estensibile a un’Europa centro-orientale non considerata vitale e comunque sempre suscettibile di richiedere un saldo presidio delegato in termini di “cordone sanitario”. Il contesto di ciò erano intensi negoziati economici tra Londra e Berlino in vista di una coesistenza complementare tra “grandi spazi” di tipo imperiale o semi-imperiale che organizzassero di concerto un progressivo riassestamento dell’economia-mondo secondo regole meno lontane da quelle classiche di quanto l’emergenza mondiale scatenata dalla Grande Depressione aveva temporaneamente comportato in entrambi i paesi (in un clima di comprensione reciproca su questo terreno).

Ciò che poi accadde molto presto fu una gravissima incomprensione circa modi e tempi di riavvicinamento a regole classiche, cioè da un lato pressioni di Londra affinché i tempi fossero brevi, e dall’altro relativamente fondate valutazioni a Berlino che, per arrivarci se mai, bisognasse avere prima veramente e in ogni senso un impero, e conquistarselo con ogni mezzo rapidamente. Che originariamente si trattasse semplicemente di chiarire un’incomprensione, è illustrato dal modo in cui per molti mesi la guerra dichiarata da Francia e Inghilterra si sia svolta, o piuttosto non svolta, sul fronte occidentale, e nella delusione per la momentaneamente mancata realizzazione dei progetti tedeschi innanzitutto a spese di un avversario percepito come sostanzialmente condiviso, ossia l’URSS: cosa che Stalin aveva appena temporaneamente evitato, in effetti, ad altissimi prezzi (politici, e non solo).

Che la guerra già nel 1938, se non già due anni prima in occasione della rimilitarizzazione della Renania, fosse comunque la sola alternativa, non era una valutazione concordemente accettata in campo democratico. A questo proposito, il pacifismo francese, e quello che dominava nell’opinione pubblica americana al di là dell’Oceano, sono gli aspetti più spesso ricordati. Ma le motivazioni del pacifismo americano erano distinte, e soprattutto lo erano, oltreché complesse e articolate, quelle del Presidente Roosevelt, i cui commenti su Monaco non erano certo entusiasti ma implicavano anche l’argomento provocatorio (come spesso era giudicato nel suo caso) della necessità urgente di ritornare allora (allora!) a una conferenza sul disarmo finalmente seria. In effetti, tra il 1926 e il 1934 l’esplicita valutazione alla base del comportamento di Francia e Inghilterra era che un’equiparazione verso il basso (sostenuta allora da USA, URSS, e Germania weimariana, a parte realistiche e spiegabili mosse ed iniziative collaterali) fosse inaccettabile, e che accettare il riarmo della Germania fosse il male minore se due grandi imperi dovevano essere comunque conservati, difesi, e ovviamente repressi.

L’equivalenza tra Hitler e Putin è il secondo tema ricorrente. Che la Russia di oggi, diversamente dalla Germania nazista, non sia un regime con partito unico, viene spiegato in questo quadro ricorrendo al modello della “democratura” e negando che le elezioni in Russia siano mai state “free and fair”, libere e leali, così valutando nel  caso specifico il grado di sovradeterminazione dei processi elettorali presente in un modo o nell’altro in tutti i sistemi politici, che la scienza politica suggerisce sempre di misurare con cura. In ogni caso, quale che sia l’accuratezza della misurazione nel caso (e poi magari, avendo tempo, nei vari e rinnovati casi di “gerrymandering” attualmente allo studio negli USA), resta il fatto che il partito finora costantemente premiato dal voto in Russia non è un partito di militanti inquadrati e costantemente mobilitati, non esibisce gagliardetti o divise, e finora si ignora di sue mistiche e solenni cerimonie. Forme molto meno vistose o enfatiche di produzione del consenso vi sembrano predominanti (come del resto, come si deve riconoscere proprio per meglio combattere Erdogan, nel partito pur ben diversamente identitario, etnicista e confessionale, che putroppo egli ha saputo costruire in Turchia). E sembrano essere anche forme molto simili a quelle che un’autorevolissima studiosa di cose sovietiche e adesso anche russe, cioè, Rita Di Leo, disse una volta del PCUS nella sua fase tarda: “Volete capire cos’è? Guardate la DC!”; cosa forse tanto più vera oggi per “Edinaja Rossija” se vi si aggiunge la presenza riferita, e abbastanza credibile, di condizionamenti mafiosi.

L’assenza di un programma ideologico equiparabile a quello enunciato da Hitler, e altrettanto radicalmente inaccettabile ad ogni prezzo per lo spirito umano in tutte le sue forme e declinazioni, è un altro elemento raramente considerato, malgrado la sua evidente importanza. Che Putin abbia un suo “Mein Kampf” ancora in una chiavetta o in un CD, e stia per diffonderlo, si può anche pensare se si vuole, ma non può fare parte delle attuali valutazioni in alcun caso. Altro è parlare della possibile influenza sul Cremlino di qualche ideologo neozarista e anti-illuminista , caro eventualmente da questa parte allo sfortunato Bannon e ai cosiddetti “rossobruni”. E si può anche dire che il discorso diffuso da Putin la notte del 24 febbraio per illustrare l’errore (peggio di un crimine, diceva un grande cinico che fino ad allora poteva essere riconosciuto almeno tra i suoi maestri) che stava commettendo, quasi bruciando in un solo colpo almeno novecentottanta delle mille ragioni che gli accadeva di avere forse senza saperlo, può essere giudicato come il peggiore dei suoi. L’insistenza sulla diversità delle culture, innegabile, ma affermata come statica piuttosto che incessantemente chiamata a cospirare nell’unità dello spirito, era decisamente indigeribile, così come quel miscuglio di diavolo e acqua santa, certo molto gradito al diavolo, tra “denazificazione” e storia e diritti imperiali di una Russia di sempre. Tuttavia, parlando, di ciò, riferirsi a tipi come Dugin può non essere necessario. Basta pensare a Huntington e alla sostituzione da lui proposta come avvenuta e ormai valida della lotta tra classi, e relativi progetti di società, con il conflitto tra le culture (tra le culture date). Dopo tutto, Putin è un rappresentante del ceto sociale protagonista dell’abbattimento dell’URSS (o fu forse il popolo?…), il quale (come appunto faceva quello sempre dominante in Germania negli anni Trenta) considera l’attuale conflitto poco più che un disgraziato incidente entro prospettive condivise; quindi, Putin non può criticare l’ordine mondiale se non in quei termini sotto molti aspetti innocui, anche se intanto carichi di pericoli mortali. Che tuttavia ne coinvolgono altri, specialmente nel più vasto mondo cui raramente l’autocompiaciuto Occidente dedica vera attenzione e vero rispetto.

In una guerra a difesa dell’ordine mondiale vigente, comunque, gli attuali capi dell’Occidente vanno sicuramente verso una orrenda, insopportabile, inimmaginabile storica disfatta, come in termini meno enfatici, ma con questo sostanziale significato, Keynes prediceva al suo governo nell’incerto e cupo 1940. Ecco perché, intanto, non è da fare. Anche perché il nuovo nazismo non è là dove si dice, ma è ben presente e visibile da tempo altrove. Non è da fare, cioè, anche per non trovare prima o poi qualche svastica accanto alla propria bandiera, fingendo o non fingendo sorpresa.



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