La storia possibile di Helsinki (guardando al domani)

L’importanza di fissare le frontiere al di qua o al di là delle quali le persone vivono è molto minore di quella del modo in cui, comunque, abbiano diritto a viverci.

Raffaele D’Agata

Una certa connessione tra la grande figura di Aldo Moro, la Helsinki di ieri, e la Helsinki cui più di una mente restata sobria sta facendo riferimento oggi, si legge nell’edizione del 7 maggio 2002 del quotidiano “Avvenire”, una delle poche testate dove la lucidità e forse l’indipendenza siano mantenute in Italia oggi. Per quanto numerose e apparentemente inconciliabili (ma solo apparentemente) siano le verità che riguardano la fine di Moro, in effetti, la sua lucida ostinazione nel promuovere l’estensione al Mediterraneo e al Medio Oriente del processo di distensione culminato nel 1975 nell’Atto Finale delle Conferenza di Helsinki sulla cooperazione e la sicurezza in Europa merita certamente di essere presa in considerazione tra gli svariati elementi che, in modo quasi sempre parallelo ma comunque efficace, segnarono il suo destino e con esso quello innanzitutto del nostro paese ma anche di molto altro.

Bisogna cominciare con un passo indietro nel tempo piuttosto lungo ma non remoto né irrilevante. Sviluppi di tale genere erano visti allora con determinata e intransigente avversione a Tel Aviv come a Washington, dove pure vi erano opinioni discordanti ma sempre risolte a favore di un deciso rigetto. In generale il Dipartimento di Stato americano era cioè possibilista, ma proprio in relazione con ciò procedeva il ridimensionamento del suo ruolo a favore delle strutture parallele e in definitiva soverchianti del “National Security State”, e particolarmente a favore del capo del “National Security Council”. Già durante la prima amministrazione Nixon, Henry Kissinger – proprio in tale qualità – disfaceva di notte la tela che il Segretario di Stato William Rogers andava tessendo di giorno per la riconvocazione della conferenza di pace arabo-israeliana affidata dall’ONU alla co-presidenza americano-sovietica, tessendo piuttosto un’altra tela che (mentre teneva all’oscuro la stessa Tel Aviv ed esponeva Israele a un rischio calcolato) avrebbe permesso al neo-presidente egiziano Sadat di fare la sua guerra (avendo cacciato dal paese i consiglieri sovietici che non la volevano e ottenendo poi in cambio l’amicizia di Washington e “qualcosa di diverso da una resa incondizionata”, come lo stesso Kissinger successivamente spiegò). Passato direttamente al Dipartimento di Stato nel 1973, Kissinger lavorò con Nixon per lasciare cadere nel vuoto le insistenze di Breznev miranti a prevenire la nuova guerra che Sadat avrebbe scatenato in quell’anno entro un cinico gioco delle parti onde accettare infine il previsto ed esclusivo aiuto americano per cavarsela comunque (e anche bene dal suo punto di vista). Tra le conseguenze più importanti di tutto questo, un durissimo scontro politico interno ebbe luogo a Mosca, da cui l’influenza di Breznev, e la sua stessa salute, subirono un colpo duro e permanente.

La storia si ripeté entro un breve corso di giorni durante l’assemblea autunnale delle Nazioni Unite del 1977, quando il ministro degli Esteri sovietico Andrei Gromyko (uno dei pochi veri e propri ”brezneviani” restati frattanto influenti a Mosca) e il segretario di Stato americano Cyrus T. Vance si accordarono per una dichiarazione congiunta, uscita il 1° ottobre di quell’anno, contenete l’intendimento di ri-convocare la conferenza multilaterale per la pace in Medio Oriente ammettendo la partecipazione palestinese. Appena due giorni dopo, però, fu ancora il capo del National Security Council, che era adesso Zbygnew Brezezinski (ideologicamente e politicamente molto più ostile a Mosca del suo predecessore), che irritualmente neutralizzò e invertì la svolta, sottolineando l’aggettivo “bilaterale” (prezioso per Tel Aviv) in una propria dichiarazione chiaramente leggibile nel senso che il suo collega scherzava o comunque sbagliava e che le vere decisioni erano altre, e di altri. Anche in questo caso, le conseguenze sugli equilibri interni a Mosca furono importanti e spiegabili. Lo si vedrà (o meglio si vedrà poi, dopo l’apertura degli archivi ex-sovietici) constatando l’inefficacia dei seri dubbi espressi da Gomyko circa l’intervento in Afghanistan (mentre una maggioranza lo promuoveva anche proprio ricordando l’esperienza avuta con l’Egitto rispetto alle esigenze dei poco amati e poco desiderati clienti di Kabul). Si videro anche nell’irrigidimento ideologico e politico interno all’URSS e al blocco sovietico che cominciò a logorare alcune possibilità e alcune speranze di evoluzione globale paneuropea contenute nel sistema di Helsinki, prima che gli eventi del 1990-91 ne comportassero piuttosto il puro e semplice crollo.

La cosiddetta “seconda guerra fredda”, che sostanzialmente seguì quel clamoroso e inspiegabilmente poco ricordato voltafaccia americano, fu in realtà una vera guerra americano-sovietica per procura, con filtro pakistano-saudita e con decisivo e costruito intervento di un nuovo fattore, cioè la rete armata transnazionale dell’estremismo islamista, tra i protagonisti di una nuova (ma culturalmente e civilmente decrepita) storia. Washington la aprì, per bocca di Reagan, con il dichiarato obiettivo di perseguire la vittoria totale, cioè la resa incondizionata dell’URSS (non soltanto in Afghanistan ma globalmente). E tale risultato fu ottenuto dal suo successore, e dal blocco transnazionale di interessi e di scopi da lui rappresentati, in una stretta combinazione di strumenti bellici indiretti, cioè mediante la guerra del Kuwait, e geoeconomici (cioè la gigantesca redistribuzione globale di risorse e possibilità finanziarie che vi fu connessa).

A questo punto un esteso passo avanti può essere fatto, arrivando ad oggi. Il più grande e più forte Stato successore dell’URSS, cioè la Federazione Russa, dopo un iniziale periodo di sottomissione semi-coloniale e di possibile ulteriore disfacimento (“La Russia a pezzi”, era il titolo di un fascicolo di “Limes” alla fine del 1998), ha trovato in questo secolo un equilibrio politico interno complesso ma efficace che conserva il potere dei cleptocrati post-e anti-sovietici ma non la relativa anarchia, e mette insieme in modo articolato rimembranze ancestrali e nostalgie sovietiche (seppure re-interpretate anch’esse in senso accentuatamente stato-nazionalista nell’ideologia attualmente predominante entro il PCFR, socialmente ma non politicamente all’opposizione), allo spiegabile scopo di alimentare un grado sostenibile di lealtà civica e di corrispondente senso comune medio. A tutto questo si associa il consolidamento di un cospicuo apparato militare ereditato dall’URSS (ancora il secondo nel mondo) e una politica estera indipendente, occasionalmente non troppo meno priva di esitazioni quanto all’uso della guerra, dal Caucaso alla Siria, rispetto agli USA e al blocco occidentale (semmai, con qualche pensiero in più su che cosa fare dopo).

Tutti questi elementi inducono a paragonare la Russia contemporanea alla Germania del secolo scorso: se si pensa al pre-1914, quanto a correnti culturali preminenti e ad orientamento dell’opposizione di classe costituzionalmente leale; se si pensa al post-1919, quanto a pulsioni revisioniste entro il sistema internazionale. Non affatto, certamente e tuttavia, se si pensa al post-1933, malgrado la retorica più o meno volutamente rozza e ignorante profusa dall’apparato di propaganda occidentale nella guerra oggi sostanzialmente in corso, come perfino il parlamento israeliano telematicamente arringato ha chiarito con irritazione. Mancano non tanto e non soltanto un partito unico (anche se si volesse insistere nel considerare le regole e la passi delle elezioni russe comunque più strane di tante altre), il carattere militarizzato di un tale partito e la connessa ritualità enfatica, e manca soprattutto la negazione radicale dell’esistenza di una condivisa condizione umana anche nelle lotte più aspre, negata per principio a un’estesa categoria di esseri non considerati umani se non apparentemente. Attribuire con leggera superficialità tali caratteri ora all’uno ora all’altro fenomeno contemporaneo significa oscurare la loro unicità, la loro tragica rilevanza, e anche la conseguente vigilanza verso veri semi e vere spore che persistano.

Se dunque la questione russa di oggi presenta i caratteri qui richiamati (e naturalmente non quelli dipinti dalla propaganda “occidentale”), la parola d’ordine di una “pace senza vittoria”, inizialmente suggerita dall’America wilsoniana neutrale durante la prima guerra mondiale e fino all’intervento ottenuto dalle lobby finanziarie transatlantiche (e facilitato, naturalmente, dalla paranoia di Ludendorff), combinata con quella di una “pace senza annessioni né riparazioni” sostenuta dalle forze socialiste restate allora internazionaliste, è quella che dovrebbe rendere efficaci le volontà popolari, contrarie al protrarsi e alla possibile estensione della guerra, e brutalmente ignorate specialmente in Italia. Prima che proprio Helsinki, simbolo storico di ogni speranza di dialogo e di pace in Europa, diventi capitale di un paese membro di un blocco militare esclusivo e pregiudizialmente ostile ad altri, lo “spirito” che porta il suo nome dovrebbe essere rianimato e nutrito. E il nucleo essenziale di quello spirito è che l’importanza di definire le frontiere al di qua o al di là delle quali le persone vivono è molto minore di quella del modo fondamentale in cui, comunque, abbiano efficacemente diritto di viverci. Con tutti gli strumenti, la pazienza, e la sapienza, che permettano di assicurare questo, in modo più o meno rigido, più o meno immediato, e più o meno definitivo.



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