Due opposizioni? O una e meno di un mezzo?

Queste elezioni anticipate sono convocate in fretta e furia per garantire la continuità dell’agenda Draghi con o senza di lui. Perché è stato impossibile opporsi in unico fronte con la tardiva e flebile dissociazione di Conte & C.

Raffaele D’Agata

Se da un lato è vero che, malgrado tutto (ossia malgrado i tempi abbreviati, malgrado ritardi dovuti certamente a noi stessi per primi, e malgrado regole elettorali truffaldine), “Unione Popolare” rappresenta la sola possibilità nuova di contrastare l’attuale corso antidemocratico, antipopolare e bellicista, della nostra vita nazionale, ci sono esitazioni diffuse ad afferrarla, e in particolare ci sono diffuse critiche e diffusi rimpianti per la mancata convergenza tra la sua proposta elettorale e l’apparente “nuovo corso” del Movimento Cinquestelle. Sarebbe stato meglio, senza dubbio, ed è un peccato che non sia così. Ma è forse più realistico prendere atto che il Movimento Cinquestelle esiste ed esprime tuttora qualcosa, o piuttosto lo è prendere atto della natura proteiforme e camaleontica che il Movimento Cinquestelle ha sempre avuto e mantiene anche dopo l’apparente svolta di questa estate? Se è vera la seconda ipotesi (come appare evidente), la priorità oggi è assicurare che una coerente opposizione antisistemica, antibellicista, e di classe, sia presente nel Parlamento amputato che proprio il Movimento Cinquestelle (impossibile dimenticare!) ha reso tale. Solo su questa base le possibilità future sono aperte.

Proviamo a ragionare su ciò a partire da un riepilogo.

1. Il grillismo si sviluppa e si espande negli anni dieci come almeno oggettivo fattore di deviazione e contenimento di estesi malumori verso la devastante combinazione di berlusconismo e napolitanismo-montismo che affligge e quasi sospende la democrazia all’inizio di quel decennio.

2. L’espansione vertiginosa è permessa dalla gravità del vulnus e dal vuoto creato da un suicidio clamoroso dell’opposizione antisistemica e di classe, caduta a picco dal suo forte e incrementabile 12 per cento al quasi nulla permanente dopo essersi ridotta a un’imbelle appendice del Palazzo, in un processo di cui l’assunzione della presidenza di una Camera illegittima entro una “coalizione” forzata e insensata, conforme a un sistema elettorale illegittimo, costituiva il simbolo.

3. La sconfitta del plebiscitarismo renziano nel 2O16 apre lo spazio per la massima espansione della bolla nelle elezioni politiche del 2018. Vi concorre la permanente irrilevanza dell’opposizione di classe e antisistemica (dopo un promettente accenno di ripresa nelle elezioni europee del 2014) dovuta anche alla brusca ritirata ed eclissi del modello greco (Tsipras) e alle profonde divisioni sul tema, che concorrono all’inquietante e quasi massiccio spostamento verso destra di oggettive funzioni di rappresentanza di ceti popolari.

4. La parabola del grillismo durante la XVIII legislatura, durante la quale il grillismo dispone di una clamorosa maggioranza relativa con quasi un terzo dei seggi, si presenta sconcertante. Si passa da un intransigente rifiuto di alleanze (che innanzitutto esclude ogni tentativo di capitalizzare su un’incipiente de-renzizzazione del PD onde strappare accordi selettivi e precisi) a un effettivo governo di coalizione con la Lega salviniana (garantito dall’emersione di una singolare figura di leader, cioè Giuseppe Conte, culturalmente in qualche modo “democristiano” entro un contesto asseritamente “postideologico”), da cui ottiene l’impegno per una sola cosa decente (il reddito di cittadinanza) in cambio di molte indecenze (respingimenti e rimpatri forzati di emigranti e soprattutto attacco alla Costituzione e al suo stesso spirito mediante il restringimento della composizione numerica del Parlamento).

5. La coalizione con la Lega si rompe nell’agosto del 2019 a causa di un eccesso di pretese da parte di Matteo Salvini, che Conte respinge quasi da vero democristiano. Vi subentra un accordo di governo con il PD, sempre sotto la presidenza di Conte, in base al quale (oltre che sul reddito di cittadinanza, fondamentale a fini di consenso e comunque certamente apprezzabile per i suoi effetti sociali) il Movimento insiste innanzitutto per strappare l’ultimo sì al rimpicciolimento del Parlamento, senza nulla veramente dire sulla legge elettorale vigente (e senza vedere o voler vedere l’effetto combinato delle due cose, devastante per la democrazia). Quasi in cambio, il Movimento lascia cadere bruscamente la sua opposizione al progetto del TAV Torino-Lione, che pure era stata una delle ragioni della rottura con la Lega.

6. A parte queste non irrilevanti macchie (quella riguardante il rimpicciolimento del Parlamento, in particolare, è decisamente imperdonabile, tanto più che nessun perdono sembra essere stato richiesto), il governo Conte 2 ebbe alcuni meriti, soprattutto nel campo della politica estera, con accenni a una ripresa di autonomia nel senso del multilateralismo e di una meno servile dipendenza da Washington.

7. Caduto Conte sotto i colpi della lobby ultra-atlantista e ultra-sudditista in sede europea, il Movimento ha poi piegato la testa di fronte all’imposizione “monarchica” del governo Draghi di presunta “solidarietà nazionale” da parte del Quirinale (e del PD), criticando sommessamente le sue scelte soprattutto sul tema fondamentale del ruolo italiano nella guerra europea scoppiata il 24 febbraio 2022 ma votando infine i relativi provvedimenti.

8. Mentre i sondaggi in previsione delle elezioni regolarmente previste per la primavera del 2023 diventavano sempre più sfavorevoli per il Movimento, quasi addirittura in picchiata, tra giugno e luglio di quest’anno esso manifestava crescente insofferenza verso il governo Draghi, fino a dissociarsi da alcuni provvedimenti, tutto sommato minori, ma resi essenziali dall’arroganza di Draghi (e dei suoi sostenitori) con sue conseguenti dimissioni. Queste dimissioni diventavano definitive dopo una vicenda parlamentare assolutamente inedita: il Movimento non vota contro ma si assenta dal voto, la Lega (che faceva parte della maggioranza) vota contro per ovvie ragioni di consenso elettorale nella nuova situazione, il governo ottiene la fiducia a maggioranza semplice (più la sostanziale non-sfiducia del Movimento stesso, a parte le forme), ma si dimette ugualmente – cosa inedita e inaudita – non perché privo di una base di fiducia ma perché costretto a fronteggiare un’opposizione o una tolleranza critica in un Parlamento dal quale Draghi non intendeva, secondo le sue inaudite parole, essere “commissariato”.

9. Nella crisi da cui derivano le imminenti elezioni, per quanto riguarda il Movimento Cinquestelle l’essenziale è che esso NON ha votato apertamente la sfiducia al governo Draghi e NON ne è uscito per esplicito rifiuto della sua politica di guerra. Sue critiche nei confronti di questa politica ci sono state e continuano ad esserci (anche recentemente da parte di Conte stesso), ma il rifiuto della guerra non fa comunque parte, attualmente, del programma del Movimento per queste elezioni; al contrario vi si ribadisce la “solida collocazione dell’Italia nell’Alleanza atlantica e nell’Unione Europea” e in un singolare ossimoro un flebile “no alla corsa al riarmo” si associa con un “sì al progetto di difesa comune europea”.

Il resto si vedrà.



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