Di Gorbaciov, o del far male le cose giuste

La storia che conosciamo non è la sola possibile. Capirla significa anche pensare a come avrebbe potuto andare.

Raffaele D’Agata

Mettiamo da parte la possibilità che la guerra fredda non scoppiasse. Possibilità che esisteva, dipendendo tra l’altro dalla salute di Roosevelt e dalla sua capacità di rimandare la rivincita dei suoi avversari su un tale traditore di classe. Comunque ci fu un momento in cui una costellazione di fattori favorevoli a una conclusione positiva (ossia senza la vittoria di una delle parti, ma soltanto del genere umano) si delineava, mancandone purtroppo qualcuno. A metà degli anni ottanta, invece, non c’è ne era alcuno, meno la buona volontà di Gorbaciov, il quale commise il fatale errore di pensare che bastasse (se mai davvero si accorgesse del resto)

La congiunzione “quasi” favorevole si presentò intorno al 1970 e nei pochi anni immediatamente successivi. Dei possibili e necessari protagonisti due c’erano (Brandt e Breznev) e due mancavano: Robert Kennedy presidente a Washington anziché assassinato a Los Angeles, ed economisti sovietici che sapessero pensare, diciamo, all’altezza di un Varga. Con una costellazione così completa, la crisi di Bretton Woods sarebbe stata affrontata da una nuova conferenza analoga delle Nazioni Unite, avente per protagonisti Galbraith come segretario al Tesoro, il “bancor” di Keynes come prodotto essenziale (liberato dalla strumentalizzazione imperiale che Londra tentava di farne, bruciando l’idea, nel 1944), e come ovvio complemento il rientro dell’URSS in posizione chiave entro il FMI e la Banca Mondiale.

Contemporaneamente, a Ginevra, la conferenza internazionale per la pace in Medio Oriente avrebbe stabilito la sede dell’ONU nel distretto internazionalizzato di Gerusalemme (previsto dalla mai attuata risoluzione del 1947, anche se la sua evocazione appare oggi destinata a suscitare acute strida legate a una nuova stravagante idea di antisemitismo); e un sistema di sicurezza collettiva e cooperazione analogo a quello effettivamente sancito a Helsinki nel 1975 per quanto riguardava l’Europa avrebbe regolato i rapporti tra popoli, paesi e culture di quel tormentato crocevia della storia. 

A Breznev, in quel contesto, bisogna riconoscere di avere fatto del suo meglio dal punto di vista politico, mentre sul terreno economico pessimi voti vanno dati a lui (o ai tecnici e boiari dell’industria di Stato che lo circondavano). Politicamente, cercò di portare Washington a lavorare insieme per trattenere l’Egitto da una rivincita militare anziché aizzarlo e rassicurarlo come Washington faceva per vie coperte ed oblique onde averlo grato e complice in futuro. E ricevette su ciò una studiata umiliazione che avrebbe avuto conseguenze pesantissime sulla sua salute e sul suo effettivo potere a Mosca. Sul terreno economico nessun minimo tentativo fu invece fatto da parte sovietica onde gettare il peso dell’influenza e del prestigio di Mosca dalla parte dei fautori occidentali di vie d’uscite serie e razionali dalla crisi finanziaria mondiale: particolarmente all’interno dei “gemelli di Bretton Woods” (FMI e Banca) che cercavano di difendere la loro funzione originaria prevenendo ciò che li avrebbe invece trasformati in cani da guardia della deregolamentazione selvaggia che avrebbe appestato il mondo da allora in poi.

Per circa un decennio prima dell’avvento di Gorbaciov, il blocco di potere più influente entro un ceto dirigente sovietico solo apparentemente monolitico sbagliò quasi tutto, mischiando il peggio dell’isolazionismo (e dell’esclusivismo imperiale con ambizioni quasi planetarie) con il peggio dell’apertura opportunistica ai flussi finanziari selvaggi ormai scatenati nel mondo. Essendo anche un modo di alleggerire il peso economico costituito dalla “marca di frontiera” est-europea, ciò aveva anche l’effetto di destabilizzare i suoi equilibri sociali, come si vide particolarmente in Polonia.

Nella seconda metà degli anni Ottanta, l’inversione di rotta tentata da Gorbaciov consistette nell’abbandono del neo-isolazionismo imperiale per una rinnovata offerta di cooperazione e nell’abbandono completo praticamente di ogni residua forma di isolazionismo economico per un “socialismo di mercato” i cui vaghi contenuti furono però lasciati alla definizione di uno stuolo di economisti non si sa quanto impreparati e non si sa quanto fin troppo preparati ad eseguire certi compiti per conto di altri. L’ambiente globale in cui ciò avveniva era radicalmente ostile, del resto, anche alla realizzazione di riforme altrimenti serie e intelligenti. Se ne accorgevano meglio i cinesi, i quali videro la relativa convenienza di stare al gioco ma anche che la condizione per parteciparvi senza implodere (in quel contesto, cioè a quel gioco) era allora l’esatto contrario di una liberalizzazione politica.

La risposta occidentale a buoni propositi così confusamente portati avanti fu naturalmente cinica, sagace dal suo punto di vista, e fulminante. Colta più o meno con i pantaloni abbassati nel vestibolo, dal punto di vista economico l’URSS di Gorbaciov fu colpita senza pietà. Lo stesso Gorbaciov si trovò a doversi presentare da semplice osservatore e con il cappello in mano al G7 di Londra del 1990 (riportandolo a casa praticamente vuoto). Il suo tentativo di giocare finalmente la briscola sempre tenuta stretta dai suoi predecessori (l’unità della Germania) onde realizzare l’altra parte del sogno (una stretta e vantaggiosa partnership economica continentale) anche a costo di rinunciare alla condizione sempre posta (la neutralità della Germania) fu frustrata allorché il potenziale economico tedesco fu pesantemente ed energicamente deviato verso un ulteriore e ingigantito buildup militare americano mediante la guerra mondiale per la libertà dell’Emiro del Kuwait 

Il resto fu tragedia.



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