Un anno di guerra europea, e ciò che le precedenti possono dirci.

Quanto il 2022 somiglia al 1914, e quanto e perché la strage da fermare è altrettanto inutile.

Dagli storici professionali, nel complesso, si poteva e doveva attendere un contributo molto maggiore alla comprensione della sciagura ulteriore che si è abbattuta già per quasi tutto l’anno che sta per finire sulla pur relativamente fortunata parte del mondo in cui ci troviamo a vivere. Tanto più che un ruolo rilevante nella comunicazione entro lo spazio pubblico nei due campi è stato invece svolto dalla rivendicazione e dall’uso di una più o meno chiara e approfondita conoscenza del passato (ossia, del genere di “memoria” che produce e mantiene ogni identità collettiva e distinta, almeno maggioritariamente condivisa). Ma se accettiamo che la guerra è comunque una patologia (anche grave, anzi gravissima), e che si tratti di trovare rimedi e cure per uscirne fuori, possiamo considerare che la funzione degli storici professionali consiste proprio nel praticare sforzi di terapia razionale della memoria collettiva: non necessariamente risolutivi, né necessariamente del tutto appropriati nelle loro premesse, ma certamente almeno un po’ più utili delle auto-motivazioni e auto-giustificazioni che usiamo darci (non meno collettivamente che individualmente).

Tanto più la storiografia professionale è chiamata in causa, oltretutto, quanto più l’auto-analisi e l’auto-narrazione di ciascuna delle parti ha fatto largo e facile ricorso alla comparazione, cioè a un modo necessariamente molto impreciso e alquanto amatoriale (talvolta solo per incapacità, ma più spesso,sembra, anche per calcolo) di ricorrere a una pratica molto seria e feconda da cui tuttavia gran parte degli storici professionali quasi rifugge, possibilmente per sospetto anti-idealistico nei confronti del nesso vichiano (e crociano) tra il “certo” e il ”vero”. Nel comparativismo amatoriale praticato da entrambe le parti quanto alla presente guerra, comunque, indicare nell’avversario una reincarnazione del nazismo, in sensi diversi e con motivazioni diverse, è stato il modo più tipico e più ricorrente di fare questo,

Naturalmente ciò costituisce più che una forzatura, da entrambe le parti, anche se non in modo altrettanto grave. Da parte russa, l’esibizione ammessa e ufficiale di svastiche in reparti dapprima irregolari e poi regolarizzati delle forze militari ucraine (dopo gli oscuri eventi del 2014) ha costituito un forte argomento, soltanto parzialmente controbilanciato dalla presenza sporadica di simpatie ideologiche di genere simile nella Russia stessa, non apparendovi represse forse con tutta la dovuta energia ma neanche ufficializzate e celebrate come è accaduto da parte di Kiev. Ma, a parte questi pur inquietanti e più o meno rilevanti fenomeni, né in Ucraina dopo il 2014, né (meno ancora) in Russia, siamo di fronte a un partito unico costantemente mobilitato e militarizzato in ogni anfratto della vita quotidiana, né a un programma di dominio mondiale per una stirpe di signori (“Herrenvolk”) dotata di assoluto diritto di vita e di morte su tutte le altre (cominciando intanto ed effettivamente da una). Molte altre follie infernali imperversano purtroppo ovunque nel nostro tempo, ma specificamente non questa, e non là.

Senza adesso entrare nell’approfondimento di questo tema (che dovrebbe essere lunghissimo e tenere conto di molte diverse possibili argomentazioni), quale funzione può essere affidata a una seria comparazione storica nella presente situazione? Un primo approccio può consistere (e così anche accade) nel paragonare il revisionismo russo del secolo presente al revisionismo tedesco degli anni venti e trenta del secolo scorso. Il modo più frequente di svilupparlo consiste nell’assimilare ogni ipotesi di compromesso territoriale riguardante il Donbass al compromesso accettato da Londra e Parigi a Monaco nel 1938 circa la regione etnicamente tedesca dei Sudeti rivendicata dalla Germania, che in effetti non trattenne Berlino né dall’andare oltre nello smembramento della Cecoslovacchia né poi dall’aggredire la Polonia. In effetti, però, le anche complesse e contraddittorie motivazioni della condotta tedesca tra il 1938 e il 1939 differiscono da quelle della condotta russa tra il 2014 e il 2022 a causa della presenza nel primo caso, e dell’assenza nel secondo, di un progetto globale di ingegneria etnica e “razziale” come quello coltivato (e, in definitiva, caratterizzante) entro il regime tedesco di allora, essendo estratto dagli scaffali come atrocemente attuale e pratico in occasione della crisi bellica. Inoltre, per quanto riguarda il Donbass oggi, una differenza fondamentale rispetto al caso dei Sudeti del 1938 sta nel fatto che un primo schema di ragionevole compromesso, cioè gli accordi di Minsk del 2014, non fu violato dalla Russia bensì dal governo di Kiev, sostenuto in ciò innanzitutto dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna (in gran parte sopra la testa di altri paesi europei membri della NATO).

Ben altri insegnamenti è invece possibile ricavare dal paragone con la crisi europea dell’estate del 1914, e con i successivi nessi tra guerra e politica. Qui, infatti, le analogie sono tali e tante da somigliare a vere e proprie, e quasi perfette, sovrapposizioni. In una ideale tavola sinottica (cominciando già dalle premesse) al colpo di Stato dinastico a Belgrado nel 1903, favorito dalla Francia nel quadro dell’alleanza franco-russa (difficile da giustificare allora non meno che la NATO oggi), può corrispondere abbastanza bene il colpo di Stato a Kiev nel 2014, favorito dalla NATO; al sostegno concesso dal governo di Belgrado all’organizzazione terroristica “La Mano Nera” tra il 1903 e il 1914 può corrispondere il riconoscimento ufficiale elargito dal governo di Kiev a gruppi paramilitari neonazisti; all’assassinio dell’erede al trono austriaco da parte di un affiliato della “Mano nera” il 28 giugno 1914 può corrispondere l’intensificazione dei bombardamenti sulle regioni russofone separatiste del Donbass durante il mese di febbraio del 2022. Passando poi agli sviluppi, la scelta austriaca di intervenire militarmente in Serbia dopo l’attentato di Sarajevo può corrispondere alla scelta russa di intervenire militarmente in Ucraina dopo l’ultima offensiva aerea di Kiev sulle regioni separatiste; allo sbilanciamento filo-austriaco del sovrano tedesco (sopra la testa del Cancelliere stesso) nel1914, può corrispondere l’abbandono degli accordi di Minsk effettuato da Mosca mediante il riconoscimento delle  due repubbliche separatiste nel 2022; alla mobilitazione generale delle forze armate iniziata dalla Russia nel 1914 su istigazione francese può corrispondere l’intensificazione dell’offensiva nel Donbass effettuata da Kiev interpretando (più o meno fondatamente) segnali ricevuti da Washington nel 2022; all’attacco preventivo a Occidente effettuato dalla Germania nel 1914 onde prevenire una guerra su due fronti, può corrispondere l’invasione russa dell’Ucraina il 24 febbraio 2022; al non del tutto previsto intervento britannico nel 1914 può corrispondere la massiccia fornitura di armamenti e di personale militare all’Ucraina da parte della NATO nel 2022 (anch’essa, forse, non prevista in tale misura da parte russa oggi). Analoga, e altrettanto forte, dopo quasi un anno, è l’esigenza di fermare oggi una strage altrettanto “inutile”. Inutile, in questo caso, soprattutto perché la soluzione, costituita dagli accordi Minsk, esisteva: ed esiste tuttora. Non ci sono strade meno inutilmente sanguinose rispetto  al cessate-il-fuoco immediato e incondizionato sulla base della clausola “uti possidetis ita teneatur” cioè del riconoscimento della situazione territoriale di fatto determinata dalle linee armistiziali nel corso di negoziati che durino tutto il tempo  necessario. La peggiore soluzione, forse. Meno tutte le altre.



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