Votare e non votare nella post-democrazia italiana

Almeno per ora, e per una fase probabilmente non breve, la costruzione di contropotere popolare entro il regime ormai stabilito potrebbe comportare non il concorso ai suoi riti pseudo-elettorali ma una vivace e chiara contrapposizione a questi.

di Raffaele D’Agata

È acquisito che la maggior parte della popolazione italiana disapprova il ruolo attivo svolto dal nostro paese nella guerra attualmente in corso in Europa, ed è acquisito che una quota di essa costantemente non troppo al di qua oppure ben al di là della maggioranza non sostiene con il proprio voto né questa né quella parte del ceto politico, tenendosi lontana dai seggi elettorali. Bisogna domandarsi quanto e come i due dati siano in relazione tra loro. A questo fine, la fredda tecnica dei sondaggisti può essere molto utile, ma non basta. Il giudizio politico e storico, e la connessa intuizione, possono comunque riferire entrambe le cose al regime di post-democrazia in cui attualmente viviamo.

Per riconoscere che di post-democrazia  si tratta (ossia comunque non più di democrazia), non c’era bisogno di aspettare che la seconda carica dello Stato fosse ricoperta da un tizio che si vanta del busto di Mussolini orgogliosamente tenuto nella propria abitazione. L’apertura di tali cariche ad eredi ed epigoni del fascismo era prevedibile e prevista dagli artefici della cosiddetta ”seconda” Repubblica, caratterizzata in modo essenziale dalla forzata, anti-storica e perciò anti-popolare riduzione del potere di scelta politica (esercitata mediante lo strumento del voto) a due sole alternative precostituite e di fatto imposte, e dalla rappresentazione opportunamente deformata degli interessi e delle volontà entro le istituzioni pubbliche (mediante regole elettorali sempre più macchinosamente truffaldine). Essendo senza radici nella storia e perciò nell’identità della nazione, una tale forzatura non poteva del resto che sconfiggere i suoi scopi almeno dichiarati: cioè, innanzitutto, la cosiddetta stabilità dei governi e dello stesso sistema politico costituito da strane cose che, in tale quadro, hanno frattanto reclamato il nome di partito.

In effetti cioè queste strane cose si sono mosse sempre meno come rappresentative di precise e ben distinte domande provenienti dalla società e dalle sue distinte classi. Soprattutto dopo il Grande Crollo del 2008 e durante la conseguente crisi globale in cui tuttora viviamo (esasperata ormai dalla guerra), governi sostenuti trasversalmente da ampie e varabili combinazioni di queste cose (o “partiti” che si dicano) sono stati un aspetto della normalità, mostrando un bassissimo grado di indipendenza da “agende” elaborate e fissate originariamente in sedi non politiche e piuttosto impermeabili rispetto ai sentimenti, alle aspirazioni e ai bisogni delle persone comuni (con qualche eccezione occasionalmente vistosa ma complessivamente carente in termini di continuità e di coerenza).

Dopo l’ultima affrettata e quasi beffarda consultazione elettorale generale, anticipata non a causa della mancanza di un sufficiente sostegno parlamentare al governo in carica (e soprattutto all’essenziale dell’“agenda” da questo seguita), ma piuttosto a causa di un insufficiente grado di unanimità da questo reclamata nel sostenerlo in ogni suo aspetto, un sistema elettorale tra i più arbitrari e mendaci che si conoscano è stato applicato a favore della formazione di un governo investito da una maggioranza parlamentare che rappresenta poco più di quattro su dieci tra gli elettori che non abbiano disertato i seggi, e più o meno tre su dieci nell’insieme delle persone con diritto di voto.

Ciò che bisogna ulteriormente spiegare e merita stupore ed attenta cura non è, perciò, la caduta in picchiata della percentuale di affluenza ai seggi nelle elezioni regionali tenute in Lombardia e nel Lazio il 12 e il13 febbraio scorsi. Piuttosto, è la costante mancanza di fiducia popolare in qualunque alternativa a questo ceto politico che si tenti di offrire in termini elettorali. Un’ipotesi da approfondire è che nel concorrere a una competizione tra fazioni del ceto politico della post-democrazia, concepita da questo per gli interessi fondamentali di cui è al servizio e secondo le proprie regole, il pubblico intuisca o annusi (abbia o non abbia voglia e modo di dirlo così) una contraddizione. Nessuno può pretendere di leggere nei cuori di milioni e milioni di persone che voltano le spalle alla discussione e si occupano d’altro lontano dai seggi il giorno delle elezioni. Ma negare che tutto questo c’entri è, perfino, ancora più difficile.

È certamente durissimo, ma può rivelarsi necessario, concludere che la costruzione di contropotere popolare e democratico, di fronte al grado di allontanamento dalla democrazia che si concretizza nell’attuale regime italiano (enormemente più avanzato che altrove in Europa) implichi almeno per ora, e per una fase probabilmente non breve, non il concorso ai suoi riti pseudo-elettorali ma la vivace contrapposizione a questi. Forse ciò si può negare solo volendo credere a tutti i costi che qualcosa della Repubblica concepita dai padri costituenti sopravviva ancora, oltre che nei cuori.



Categorie:Uncategorized

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