Quale memoria condivisa per la riscossa popolare e democratica?

C’è ancora da fare per arrivare ad una visione e ad una definizione chiare di ciò che fu sconfitto non solo in Italia, ma specificamente in Italia, nell’ultimo quarto del Novecento

 

In un generale e angoscioso aggravamento della condizione politica e civile dell’Italia, la novità positiva dell’anno appena trascorso è stata la nascita di una soggettività politica veramente nuova, giovane in molti suoi quadri cresciuti negli anni della decadenza post-novecentesca, antagonisticamente reattivi nei confronti di questa, e insieme spiritualmente liberi dalle passioni e dai risentimenti che appesantiscono le biografie di quanti in vari modi e da varie posizioni siano reduci delle battaglie democratiche e rivoluzionarie (comunque perdute) del “secolo breve”. È veramente difficile oggi (anzi, secondo ogni evidenza, impossibile) sperare in un risorgimento di politica rivoluzionaria, democratica e di massa, nel nostro paese, e di una soggettività che ne sia protagonista (ossia certamente “partito” in senso non quotidiano e convenzionale, ma compiutamente e comprensivamente “storico”), se non attraverso lo sviluppo di una novità di tale genere.

In ciò che fonda e rafforza una soggettività, tuttavia, un ruolo determinante spetta alla memoria. E la memoria personale dei reduci dalla sconfitta novecentesca può qui certamente aiutare. Ma può anche  recare danno: e così farebbe qualora non superi entro una più alta visuale storica la passione di ciò che fu vissuto.

Occorre allora innanzitutto perseguire una visione e una definizione chiare di ciò che fu sconfitto non solo in Italia, ma specificamente in Italia, nell’ultimo quarto del Novecento (a partire, cioè, dai famosi e mai ben definiti “anni settanta”). E ciò non è semplice a causa della natura nuova, imprevista, ibrida, e pertanto instabile e provvisoria, del genere di convergenza tra Stato e democrazia che fu poi per l’appunto disfatta e schiacciata alla fine del secolo scorso.

Perché imprevista, innanzitutto, quella convergenza? Perché, in presenza di capitalismo, lo Stato (in generale) tende ad essere non altro che capitalista, e il capitalismo a sua volta (al di là di molte risibili apparenze e pretese) tende a non essere altro che Stato. Questa nozione sta alla base della Critica del programma di Gotha così come alla base dell’inconfutata e difficilmente confutabile storiografia sociale di scuola braudeliana.

In altre parole, la “democrazia progressiva”, scaturita come tendenza (duramente contrastata, certo) dalla rivoluzione democratica antifascista a metà del Novecento, rappresentò di fatto una combinazione di elementi del tutto imprevedibile durante la vita di Marx (la storia, infatti, sa improvvisare; e questo nulla toglie alla grandezza imprescindibile della sua lezione). Verso un tale genere di combinazione già in qualche modo guardava l’irrequieta ricerca di Lenin nell’ imprevista guida di uno Stato rivoluzionario (idea in sé contraddittoria, ma divenuta reale e perciò feconda) attraverso le convulsioni e le contraddizioni del sistema delle potenze e dell’economia capitalistica dopo la prima guerra mondiale; e qualcosa del genere si mostrò praticabile a Stalin nell’esercizio di un ruolo determinante di quell’ossimoro (uno Stato rivoluzionario, appunto) quanto all’avvenuta formazione di un nuovissimo ordine internazionale dopo la seconda guerra mondiale. Nata insomma nel quadro di un possente ondeggiamento dei rapporti tra le classi a livello globale in funzione di un ondeggiamento altrettanto possente dei rapporti di potere e di potenza a livello geopolitico, la costituzione italiana del 1948 poteva essere brandita (e lo può tuttora, come segnale e strumento di riscossa) contro i poteri reali che la resero lungamente vana in molte sue parti durante il periodo della guerra fredda, e successivamente la stravolsero di fatto fino ad oggi. I suoi princìpi configurano cioè un orizzonte valoriale e normativo non anti-capitalista (certo) e tuttavia a-capitalista, ossia aperto e favorevole al progredire di soluzioni avanzate dell’intrinseca incompabilità tra democrazia e capitalismo.

Se questa rappresentazione tiene, ogni possibilità di definire “guerra civile” l’insieme di episodi di violenza politicamente rilevante in Italia durante gli anni settanta, automaticamente, cade. L’Italia conobbe due sole guerre che in qualche modo possono essere definite “guerre civili”, ma (entrambe) con molte riserve. La prima ebbe luogo proprio alle origini della sua prima forma come Stato “unitario”, cioè per alcuni anni dopo il 1861 in quelle che erano diventate le sue vaste regioni meridionali, e anche allora solo in parte, perché si trattò allora sì di una guerra vera, ma con molti aspetti di una guerra tra due “popoli”, uno dei quali veniva conquistato e sottomesso. Tra il 1943 e il 1945 gli aspetti di guerra civile erano largamente soverchiati dai significati propri di una guerra di liberazione unita a una rivoluzione democratica, popolare e di massa. Successivamente (con un culmine, appunto, negli anni settanta del Novecento) ci furono invece attività violente di alcuni soggetti che con varie motivazioni osteggiavano i risultati di quella rivoluzione, vuoi in termini di controrivoluzione passiva (legata soprattutto a interessi stranieri), vuoi sulla base di scelte spesso e prevalentemente personali e arbitrarie, che in quanto tali non avrebbero avuto peso e rilevanza se non trascinate (attraverso svariati e più o meno obliqui processi) dal primo e determinante fattore.

Ha senso e si deve allora combattere il sistema repressivo e carcerario italiano, che resta oscenamente medievale come certo era già in quegli anni ma più ancora oggi che la sconfitta della democrazia mette intanto fuori gioco strumenti di risanamento civile come quelli che produssero la Legge Gozzini o la stessa Legge Basaglia (e soprattutto svuota tali risultati e ne rende impossibile il pieno ed effettivo compimento). Ha senso e si deve rivendicare che in ogni caso l’ergastolo è peggio della pena di morte. Ha senso e si deve riconoscere e proclamare che ciò che viene detto giustizia nel nostro paese ha più volte colpito a caso (e anche scorrettamente) coprendo più o meno oggettivamente l’impunità per i molti crimini del potere o funzionali al potere. Ma per dire tutto questo (e per pretendere, naturalmente, che ciò si applichi coerentemente all’umana realtà del cittadino Battisti) non c’è alcun bisogno di comprensione (pietà sì, ma non comprensione) verso quanti vollero ad ogni costo gettare il proprio popolo in una guerra contro la sua volontà e i suoi sentimenti (cosa che, fatte le doverose e rispettose differenze, istituisce un’analogia storica in qualche modo rappresentata nel singolare caso di omonimia che la vicenda di qual cittadino ha suscitato).

Alla forza della legge (che troppo largamente in Italia mescola non troppo casualmente tortura medievale con inerzia nel proteggere il debole) resta insomma certamente da attribuire un volto tanto civile quanto efficace, e ciò fa tutt’uno con il recupero di un fondamento democratico della legalità. L’istituto dell’amnistia, specialmente se innestato bruscamente in un quadro come quello esistente, e specialmente se invocato con un senso politico spurio, può non essere il modo più appropriato, né necessariamente il più efficace, per fare bene e umanamente, senza inutili o soprattutto “casuali” accanimenti vendicativi, i molti residui conti personali e processuali con le violenze politicamente rilevanti (ma non per questo “politiche”) che caratterizzarono la crisi della democrazia italiana a partire dagli anni settanta, e contribuirono alla sua sconfitta.

Raffaele D’Agata



Categorie:Uncategorized

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