Quale memoria condivisa per la riscossa popolare e democratica? 2. Il grande bivio degli anni Settanta

Come e perché, al di là delle analogie apparenti, il senso e gli scopi della visione berlingueriana sono rappresentati nella situazione del nostro tempo proprio dal rifiuto e dalla lotta politica nei confronti della NATO e dell’Unione Europea

Per quanto il termine “Sinistra” sia diventato scandaloso e fuorviante, compromesso e impronunciabile, in questo nuovo secolo, finché ancora ebbe abbastanza senso e contenuto (cioè grossomodo fino al penultimo decennio del secolo scorso) è certo che l’Italia ebbe la sinistra più forte, più radicata, e più promettente, entro l’intero “mondo occidentale”. Ed è altrettanto certo che il PCI era non soltanto il nucleo maggiore, ma l’elemento portante e caratterizzante, di questa forza. Fu durante gli anni Settanta del Novecento che la crescita delle sinistra italiana ebbe il suo apice ma cominciò anche una vertiginosa discesa verso un baratro tuttora da spiegare. E (appunto) fu sempre in quegli anni (non più tardi) che il PCI cominciò ad essere aggredito internamente da processi dissolutivi, di autodistruzione.

Tali processi ebbero inizio non a partire dalla formulazione della strategia berlingueriana del “compromesso storico”, ma contro questa. In sintesi, l’ultimo grande interprete politico della lezione gramsciana (Enrico Berlinguer, appunto) fu oggetto di un attacco da due fronti entro il complesso panorama di tutto ciò che allora era definito e definibile come “sinistra”. L’uno, subdolo, prevalentemente dall’interno del suo stesso partito, mirava a risospingere il carattere innovativo e “anomalo” della sua visione entro gli angusti binari di alternative date: specificamente, cioè, verso i luoghi comuni del cosiddetto riformismo nonché decisamente verso l’assorbimento entro uno dei due “campi” (quello detto “occidentale”) in cui la guerra fredda aveva diviso il mondo. L’altro, ovviamente in modo molto più dichiarato e deciso, mirava dall’esterno ad effettuare l’operazione opposta (soprattutto nel primo senso, mentre non sempre si orientava in modo veramente opposto nel secondo).

Quel secondo fronte di attacco (cioè quello, come è chiaro, che proveniva dall’insieme dei movimenti antagonisti e radicali cresciuti negli anni Sessanta) ebbe da un lato il “merito” (se così può dirsi) di mettere implicitamente in evidenza l’azione subdola del primo, mentre però ebbe infine da un altro lato la grave responsabilità di avere rafforzato tale azione. Il momento culminante e simbolico di questo vortice di azioni fu costituito dall’intervento frettolosamente normalizzatore affidato a Luciano Lama all’interno dell’università di Roma occupata nel marzo del 1977 (mirante ad affermare e imporre le inesistenti ragioni di un’ “austerità” ridotta a classico e conservativo strumento di gestione congiunturale dell’economia capitalistica, anziché “occasione” di egemonico ribaltamento delle priorità e delle conseguenti situazioni sociali inerenti a questa); e dal vittorioso assalto che ne provocò l’umiliante fuga.

Quanto al modo in cui tali vicende sono oggi ricordate, concorrendo a formare il senso di sé di diverse posizioni oggi in campo, conviene innanzitutto partire dalla colossale mistificazione costruita dai protagonisti delle successive metamorfosi culminate nella formazione del PD, secondo le quali tutte le loro fondamentali operazioni sarebbero state conseguenti sviluppi dell’eredità politica di Berlinguer, includendo in ciò la partecipazione a guerre come quella contro la Serbia nel 1999, l’adesione ai trattati di Maastricht e di Lisbona e l’adozione entusiastica della connessa ideologia, e naturalmente scelte dette appunto di “austerità” come la costituzionalizzazione del vincolo di pareggio del bilancio imposto da quei trattati. In realtà quel personale politico è stato formato inizialmente dagli avversari interni di Berlinguer, che trionfarono definitivamente utilizzando con facilità l’occasione offerta dal modo incautamente ostinato in cui Achille Occhetto insistette in un maldestro tentativo di imitare Berlinguer sulla strada di combinazioni innovative in una fase che necessariamente doveva essere piuttosto di resistenza, ed accettando di perdere ogni bilanciamento “a sinistra” nei confronti dei più dichiarati e coerenti fautori di una completa liquidazione (al di là del nome stesso, non essenziale in sé) della storia e dell’identità rivoluzionarie del PCI.

In effetti, la visione di Berlinguer esprimeva, come poche altre allora, la lucida percezione di un bivio storico che legava inestricabilmente la situazione italiana a quella mondiale, in una fase in cui la coesistenza tra democrazia e capitalismo (imposta a livello globale dai risultati della rivoluzione sovietica) si rivelava improseguibile nei termini dati, e doveva essere decisamente risolta a vantaggio dell’uno o dell’altro termine. E la situazione storica imponeva la priorità di vietare al capitalismo l’uso di uno dei suoi strumenti essenziali e decisivi, cioè della guerra: una guerra che in Europa sarebbe stata necessariamente totale e nucleare. Un compromesso come quello che la aveva evitata (e non facilmente) nel caso cubano all’inizio del precedente decennio era infatti ancora più difficile e quasi impossibile da ipotizzare, in una situazione eventualmente analoga, data la vicinanza geografica e strutturale con il nodo geopolitico centrale per il controllo dell’economia mondiale, cioè il Medio Oriente.

Qui, infatti, una guerra importante aveva avuto luogo nel 1973, favorita e pilotata in modo obliquo e coperto dal centro dell’impero globale a guida statunitense onde contenere gli effetti potenzialmente dirompenti sulle forme e sui contenuti del suo dominio che la tregua allora in corso nel conflitto di potenza con l’URSS prometteva di avere qualora si fosse sviluppata – tramite l’estensione a livello globale del processo di “distensione” – in una vera pace. Sul terreno globale, la visione berlingueriana includeva perciò la salvaguardia conservativa dell’esistente equilibrio geopolitico (e perciò il rispetto formale dei trattati esistenti, inclusa ovviamente l’alleanza atlantica) con la prospettiva del suo superamento attraverso lo sviluppo dei processi di distensione in Europa e la loro estensione a livello globale.

Questa prospettiva riproduceva largamente lo schema adottato un decennio prima dalla socialdemocrazia tedesca, che a partire dalla fine di quel decennio aveva permesso di liquidare il maggiore pericolo di guerra in Europa (cioè il revanscismo di Bonn) unendo sapientemente l’abbandono del puro e semplice neutralismo, ossia l’accettazione della NATO intesa come elemento di quiete nelle tensioni geopolitiche, con un progressivo allentamento di tali tensioni e per tale via con il possibile e auspicato superamento dei blocchi stessi. E, come già a Bonn, così anche a Roma ciò comportava la formazione e il consolidamento di un nuovo consenso nazionale di base al di là delle costrizioni della guerra fredda nella reciproca legittimazione dei partiti, e un conseguente allargamento del campo delle possibilità di trasformazione della società: dunque, una fase (intanto) di “grande coalizione”. E tra il 1974 e il 1976 (non a caso, cioè negli anni dell’ultimo governo Moro), una quantità di pronunciamenti parlamentari aveva stabilito alcuni fondamentali orientamenti condivisi circa la pace e un nuovo ordine economico mondiale da costruire, tanto che la vera incipiente attuazione del “compromesso storico” dovrebbe essere riconosciuta piuttosto in quel periodo che negli ambigui e terribili anni successivi al 1976.

Quegli anni furono piuttosto quelli di un quasi disperato tentativo di salvare qualcosa di tutto ciò dopo la fine della breve fase realmente innovativa della politica di Bonn (determinata dalla caduta di Brandt proprio nel maggio del 1974) e la formazione di un asse aggressivamente conservatore tra Bonn e Washington, base e cardine di una piena acquiescenza europea alle esigenze statunitensi in materia di riassestamento della finanza globale (all’origine del successivo e tuttora persistente boom della speculazione finanziaria globale) e (per quanto riguarderà l’Italia) della minacciosa dichiarazione delle Bermude circa la possibilità di una partecipazione comunista al governo di Roma. Un tentativo quasi disperato e comunque sottoposto a scacco pesante da parte di un semi-euforico rinunciatarismo dall’interno al PCI, che la contestazione ribelle culminata nel 1977, più che apparentemente combattere, di fatto ed oggettivamente rafforzava.

Al di là delle analogie apparenti, quindi, il senso e gli scopi della visione berlingueriana sono rappresentati nella situazione del nostro tempo proprio dal rifiuto e dalla lotta politica nei confronti della NATO e dell’Unione Europea. Queste, infatti, da fattori rispettivamente di possibile stabilità geopolitica e di possibile movimento innovativo si sono trasformate rispettivamente l’una in strumento aperto di aggressione e di guerra e l’altra in strumento di rigida conservazione; mentre le forme e i modi d’intervento dei movimenti sociali di emancipazione che sostengono le ragioni della democrazia oltre e contro quelle del capitalismo non possono che commisurarsi con l’asfittico restringimento degli spazi democratici che ha avuto luogo finora in Italia e in Europa nel corso di questo secolo, costringendo ad ammettere come possibili e talvolta necessarie pratiche di insubordinazione che si sviluppino (per usare un’espressione cara proprio a Berlinguer) “su tutti i terreni”.

Raffaele D’Agata



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