Ombre euroatlantiche

I pensieri corti alla base del Governo della normalizzazione e della sua introvabile maggioranza in tema di politica estera, e le risorse dell’opposizione su questo terreno

di Raffaele D’Agata

Attese e congetture circa la politica estera del Governo Draghi si concentrano intorno a due temi  fondamentali.  Da un  lato, si guarda al modo in cui il nuovo uomo forte di Roma manifesterà il suo conclamato e riconosciuto surplus di euroatlantismo soprattutto sul terreno del conflitto geopolitico e geoeconomico tra Stati Uniti e Cina (così come più in generale tra il blocco euroatlantico stesso e le due grandi potenze del mackinderiano  “heartland” euroasiatico). Dall’altro, più da vicino, esperti e cultori della triste scienza geopolitica si interrogano quanto all’intensità dell’impegno con cui il nuovo governo di Roma promuoverà interessi riconosciuti come italiani nel Mediterraneo, e specificamente in Libia.

Non accade con frequenza che la discussione su temi del genere superi  alcune astrazioni che si conviene generalmente di maneggiare. Parlando di Libia, non si può dimenticare che (centodieci anni dopo una guerra di conquista  che diede inizio a una lunga storia di crimini gravanti sulla nostra coscienza nazionale) ricorre adesso il decennale di un’altra impresa criminale, compiuta questa volta sotto segno euroatlantico e con importanti poste in gioco di carattere monetario e finanziario (soprattutto altrui, ma sostenute e condivise). Non avendo nemmeno il pregio di una lunga visuale (per quanto malvagia), quella impresa scatenò effetti d’onda ad ampio raggio nel senso dell’ulteriore imbarbarimento delle relazioni tra le medie e anche grandi potenze influenti sull’area mediterranea. Nessuna azione può produrre scostamento da questo disastroso senso di marcia degli eventi senza radicali cambiamenti di linguaggio e di prospettiva che comincino almeno a chiamare i fatti accaduti con il loro nome appropriato.

 In effetti,  la politica internazionale del tempo che viviamo presenta aspetti di brutale concretezza che sfidano il linguaggio beneducato della diplomazia, il quale a sua volta influenza  (insieme con altre cose) il linguaggio dei maggiori mezzi  d’informazione. Questi caratteri essenziali consistono in  uno strettissimo intreccio tra alta finanza, pratica della guerra, e attività criminali (per quanto si possa distinguere queste ultime)  che conferiscono alla civiltà capitalistica tratti fisionomici abbastanza simili a quelli che vi erano visibili ai suoi albori quattro o cinque secoli fa. L’origine storica di tale sua ultima mutazione si lascia riconoscere nella selvaggia deregolamentazione dei mercati finanziari che il governo di Washington  attuò unilateralmente all’inizio degli anni Settanta del  Novecento al fine di perpetuare la preferenza generale per la propria moneta e (in stretta connessione con ciò) la preponderanza del proprio potere militare. Poiché in questo campo le regole cattive scacciano  sempre le buone, questa nuova e cupa civiltà del denaro non impiegò molto tempo per conquistare e comunque influenzare in modo determinante il resto del mondo.

È  fin troppo noto che le risorse energetiche fossili svolgono un ruolo determinante in tale contesto, sia dando luogo a conflitti quasi senza esclusione di colpi per il loro accaparramento e il loro controllo, sia costituendo quel tanto di riferimento “reale” (insieme con le armi e le sostanze stupefacenti, anche se questo si dice solo quando qualche lembo della coltre che copre tali fatti, per caso, è sollevato dal vento) per il gigantesco castello di carte, o d’aria, costituito dai giochi arditi e capricciosi della finanza globale, nei cui scantinati i popoli cercano di vivere e di lavorare con quel tanto di luce e di ossigeno che vi filtra. Intervenire nei confronti di un tale stritolante e immobilizzante intreccio di fattori è un proposito difficilissimo da perseguire. Non si può enunciarlo senza essere in grado di misurare la mole dei sacrifici e dei cambiamenti di costumi e di regole di vita, non soltanto pubblica, che rappresentano il costo dell’indipendenza dalle risorse energetiche fossili; e, soprattutto, la disponibilità ad assumerli. Ma, appunto, finanziare efficacemente una trasformazione tale non può superare il livello dell’enunciazione di ottime intenzioni e di ottimi auspici (cui pochi infatti si sottraggono) senza mettere radicalmente in mora quasi tutte le convenzioni  vigenti da mezzo secolo in campo monetario e finanziario.

Per quanto l’ideologia dominante presenti tali convenzioni come qualcosa tra il naturale ed eterno, il sacro, e il  sommamente razionale, sta di fatto che oggi queste vengono ormai sfidate: ma in direzione diametralmente opposta a quella giusta,ossia in direzione di una ulteriore e ancora più selvaggia   privatizzazione della produzione e della distribuzione di quanto necessario a comporre gli scambi di beni e di prestazioni che rendono civile il genere umano, ossia del fondamentale bene pubblico costituito dal denaro. Sarà difficile sfuggire all’ulteriore inferno verso cui la diffusione dei  bitcoin tende a spingerci  se ci limiteremo intanto a fare  affidamento su timide e incerte difese da parte dei guardiani del relativamente più temperato ma abbastanza rovente inferno che oggi esiste.

Un fondamentale obiettivo per un dopo-Draghi, e un corrispondente dopo-peste, che sia da costruire come giusto e degno, consiste perciò nel riprendere e sviluppare seriamente e con coerenza quegli stessi timidi accenni in direzione del multilateralismo e della sicurezza collettiva, economica non meno che geopolitica o militare, che il precedente governo aveva quasi dato, pagandoli con il proprio abbattimento. Anche con la Cina, tuttavia, bisognerebbe prepararsi a parlare con amichevole chiarezza, assicurando che la Nuova Via della Seta  non comporti sensi unici di marcia né standard sociali inadeguati per effetto del  coinvolgimento di capitale cinese (da una parte), mentre  dall’altra, anche in vista di ciò, abbia come essenziale complemento un processo di ristrutturazione radicale del sistema monetario e finanziario globale, secondo il modello di Bretton Woods.

Fino a questo momento, in effetti, la Cina ha bensì in parte attenuato  l’adattamento opportunistico alla globalizzazione de-regolamentata che aveva molto caratterizzato, inizialmente, il suo efficace ma contraddittorio cammino di ascesa dagli anni Ottanta del secolo scorso in poi, ma non ha cessato di essere molto prudente o piuttosto reticente su questi temi.   Né del resto gli amici della Cina si mostrerebbero tali astenendosi dal rappresentarle i costi in termini di immagine e di credibilità del suo modo di fare i conti con la minaccia rappresentata dalla flotta americana nel vitale stretto di Malacca anche a prezzo di reticenza nei confronti dei generali di Myanmar.

Un arsenale di idee comprendente tali questioni è indispensabile per affrontare i difficili compiti che attendono l’opposizione al  governo della normalizzazione. E la politica estera ne fa parte.



Categorie:Uncategorized

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